
ph. Stefano Jeantet
2017 il mio terzo Tor quello che avrei voluto essere perfetto.
Eravamo uno pari. Uno finito, uno no.
Un anno a pensare a quel ritiro ad analizzare tutti gli errori. Un anno ad allenarmi e a fare gare, tante. Un lungo percorso preparatorio fatto di luoghi, sentieri e sudore.
Doveva essere il mio tor, quello per cui mi ero preparato anche nel dettaglio, sta volta sì, dei materiali, della borsa, e organizzato.
Doveva essere il tor del "non fare cazzate", questo il mantra che ho iniziato a ripetermi ancora prima di uscire da Courmayeur.
E invece anche quest'anno il Tor ha deciso lui il programma e a me è toccato adattarmi.
Dopo una prima parte di gara condotta come da copione ho iniziato ad accusare sintomi d'affaticamento in quota. Perché? Per poco acclimatamento? Per carenza di ferro? Per altri fattori ambientali come il freddo? Non lo so. So solo che il classico mal di gambe di Cogne quest'anno era tremendo e quando sono giunto al bellissimo vallone del Rifugio Sogno, variopinto di giallo, arancio e grigio e con le cime imbiancate di fresco. Anziché gioire... mi veniva da piangere.
Mi scivolavano lacrime amare per il dolore alle gambe e per il sogno infranto.
Superata la "Finestra" trovo finalmente campo e mentre cammino, così piano da essere superato anche dai turisti, telefono a casa per avvisare che nonostante tutto sto bene e poi chiamo Ettore (ettoreptt) a cui faccio la domanda retorica "mi ritiro o no?". Mi riempie di parole e quasi mi offende, nel dire che è "una questione di testa". Mi monta una rabbia assurda, penso che dovrebbe provarlo lui sto maledetto dolore, ma gli prometto di mettercela tutta e mi do come obiettivo il prossimo ristoro, e da lì poi il successivo...
E' un continuo venir sorpassato e umiliato da continue domande. Non ce la faccio più, ma l'idea di mollare mi manda in bestia. So che se tengo duro in questa tappa di merda poi le cose possono solo migliorare. Non so se ce la faccio ad arrivare in fondo, sicuramente non in queste condizioni, ma almeno alla tappa successiva, la mia preferita... ci devo arrivare.
E così allo spuntare del nuovo sole le cose hanno iniziato a girare un po' meglio.
Il dolore era sopportabile e seppur camminando almeno mi divertivo e potevo godere di questo paradiso terrestre.
Mi sono gustato come non mai nei Tor precedenti un paesaggio da favola reso ancora più bello da un vento cattivo che spazzava via tutto, e da un freddo gelido che ci si ghiacciava nelle ossa e nei polmoni. Ma mi è piaciuta anche quella pioggerelina - io odio la pioggia - che rendeva i colori d'autunno ancor più poetici, come in un dipinto impressionista.
La faccio breve, e arrivo a Bosses dopo 7 ore sotto la pioggia. Vado a riposarmi e quando mi rialzo, tempo un quarto d'ora, ritrovo un cielo azzurro intenso e le cime imbiancate di fresco. Ancora vento gelido e una luce pazzesca da un sole che si sta già nascondendo dietro le cime.
Il passaggio attraverso l'affilata cresta del Malatrà completamente ghiacciata è stata una botta da paura. Da lì poi un progressivo affievolirsi di emozioni ed energie fino al cuore assonnato di Courmayeur.
Ho detto e scritto che era l'ultimo. Non ne sono più così sicuro.
Il virus Tor non ti molla più e poi prima o poi devo anche farcela a fare il giro a modo mio.

(c) Matteo Grassi 2017