Re: UTMB 2010 - QUALE INSEGNAMENTO?
Inviato: 07/09/2010, 15:21
Io c’ero. Per la prima volta – una matricola - ahimè o per fortuna c’ero.
Dopo aver a lungo guardato con sospetto un evento, che mi pareva essere molte miglia lontano dai canoni del trail, ammesso che il trail di canoni ne abbia, nel 2010 mi sono deciso e il 27/08 sono sbarcato a Chamonix.
Uso il verbo sbarcare perché in effetti è sembrato di approdare in un mondo diverso; in una cittadina i cui nomi delle vie sono dedicati a chi ha fatto storia dell’alpinismo, 2.500 concorrenti da 57 paesi, una babele di lingue, un caos di anime, un mondo di scarpe e zainetti, partiranno con un unico obiettivo comune: essere nuovamente qui entro le 16,30 di domenica. E’ un qualcosa che ha la forza emotiva di travolgere la retorica dei discorsi di prima della partenza, quando pigiati all’inverosimile, sentiamo inutili chiacchiere, inni nazionali, lodi ed encomi alle nostre ipotetiche virtù. Ma la forza interiore che ha spinto ognuno di noi qui travolge tutto e ti ritrovi con la pelle d’oca a percorrere i primi chilometri in un’atmosfera irreale, quasi da sogno. L’adrenalina lavora a mille e fa vivere una sorta di rapimento spirituale. Ragazzi, stiamo correndo l’Ultra Trail du Mont Blanc !
L’essere in mezzo a questa massa, l’essere parte di questa folla, l’essere “protagonista” travolge le considerazioni che avevo fatto per anni. Qui non si tratta di fare i conti in tasca agli organizzatori, di pensare agli investimenti fatti in termini di tempo, sacrifici e, perché no, soldi o di criticare la mercificazione dell’evento. Qui abbiamo iniziato a circumnavigare il Bianco e via via passeranno di fronte ai nostri occhi Trelatete, la Noire di Peuterey, i piloni del Freney, le Jorasses, la Verte, I Drus, Les Droites. Corro e cammino inebriato al pensiero di quanto stiamo facendo e quasi non mi sembra di percepire la pioggia che ora va ora viene.
L’atmosfera di S.Gervais fa rivivere le sensazioni di Chamonix, finchè la voce di un volontario in maglietta rossa si insinua nelle pieghe del sogno: “La course est arretè”. L’altoparlante urla qualcosa. Intuisco le parole « foudres au Col du Bonhomme et Col de la Seigne ». L’UTMB fermata per il maltempo? No, non è possibile.
Si è possibile. Finito, tutto finito, così quasi senza incominciare. E’ giusto, è una decisione corretta, è tutto irreprensibile, ma possibile che un sogno di un anno e che stava raggiungendo il suo apice più bello si concluda in 3 ore ? Mesi di allenamenti, aspettative, illusioni, fantasie vengono tarpati da una frase: “La course est arretè”. Cerco di essere razionale, ma sento di essere stato depredato della mia anima. Sono sgomento, sembra che andare via da lì sia tagliare definitivamente con ogni possibilità di riannodare qualche filo per far proseguire la gara.
Pioggia di emozioni, minuti che sembrano eterni, incazzatura perché ho perso la frontale a cui ero più che affezionato, un grazie a chi me l’ha sottratta nel bailamme. Sono scornato, sconfitto, abbattuto. Mi dicono che c’è un trenino che riporta a Chamonix. Mi immergo nel flusso che si dirige verso una stazioncina con scritto Tramway du Mont Blanc. Sono nella calca che aspetto. Mi fa innaturalmente male il piede sinistro, che era stato vittima di una distorsione a fine luglio. Il muscolo infiammato della coscia ha ripreso a dare fastidio. Gli abiti sono fradici. Sembra non faccia freddo, ma non se ne può più di pioggia. Sento un improvviso forte male all’addome. Mi piego e riprendendo la posizione eretta, la testa inizia a girare vorticosamente. Svengo cadendo per terra. La gente si accalca e mi prende a sberle per svegliarmi. E’ stato uno svenimento leggero, lampo, e mi riprendo subito bene, ma mi assale tanta stanchezza, sicuramente più emotiva che non fisica. Grazie a chi mi ha aiutato a tirarmi su, grazie all’italiano che mi ha allungato una barretta.
Il trenino a cremagliera ci scarica ad una stazione ferroviaria, dove dopo una decina di minuti parte un treno per la nostra meta. E’ un viaggio di una mezz’oretta in cui, frustrato, ripercorro le immagini vissute sinora. Tutti i volti sono assorti, qualcuno dorme, nessuno scherza o ride. Quello che non sono riusciti a fare 9.500 mt. di dislivello, sono stati fatti dall’interruzione di un sogno collettivo. Tutti sanno che nel 2010 non ci saranno finisher.
Arriviamo a Chamonix mentre arrivano i primi della CCC, anche loro massacrati dal maltempo. Vado a farmi una doccia ustionante, vago per le strade sotto la pioggia battente, restituisco il pettorale, decidiamo di rientrare a casa. Verso le 2,30 arriva un SMS che dice che verrà data una partenza l’indomani alle 10,00 da Courmayeur, ecc. ecc. La testa si è spenta qualche ora prima, tutti gli abiti sono bagnati, la prospettiva è di passarci la notte al freddo in macchina, sono reduce da uno svenimento qualche ora prima e ho gli adduttori che fanno male. No, grazie, questa soluzione non fa per me. Io vivevo un sogno e so con certezza che nessuno potrà costruirmi, confezionarmi e regalarmi lo stesso sogno che stavo facendo.
Alle 6 di mattina arrivo a casa. L’ultimo pensiero è per Bianca, mia figlia di 10 anni, che ha pianto quando ha saputo di come era finita l’UTMB.
Sono passati una decina di gg dagli eventi descritti. Sono riuscito a farmene una ragione. Ribadisco che ritengo la decisione presa dagli organizzatori corretta. Quasi sicuramente i miei acciacchi non mi avrebbero consentito di essere un finisher, a dispetto di una forza di volontà che avrebbe fermato la grandine con i pugni e respinto i fulmini con il solo pensiero.
Ho volutamente sottolineato gli aspetti emotivi e personali di questa edizione 2010. La prevalenza di questi aspetti non mi ha permesso di farmi un’idea su cosa c’è stato, se c’è stato, dietro a questa interruzione della corsa.
Sottolineo solo una cosa. Ho 48 anni, una discreta esperienza di Montagna estiva ed invernale e una discreta padronanza e conoscenza di me stesso, purtroppo anche frutto di tragedie capitate in montagna. Se non mi avessero fermato a S. Gervais, avrei sicuramente proseguito sull’onda di uno stato emotivo che non mi avrebbe permesso una giusta valutazione delle condizioni meteo e delle mie precarie condizioni fisiche. Chi avrebbe pensato che eravamo a soli 800 e rotti mt. di quota e che le condizioni a 2.500 mt. cambiano e non poco, soprattutto se arrivi fradicio d’acqua e stanco ? Non mi sarebbe probabilmente successo nulla, ma si può dire la stessa cosa di 2.500 persone ? Sia per i Top Runners che gli Slow Trailers l’obiettivo è sempre e solo uno: arrivare al traguardo. Quanti avrebbero (non) ragionato come me e avrebbero proseguito in nome di un obiettivo, a cui è stato sacrificato tanto della propria vita personale e familiare dell’ultimo anno?
Subito dopo la sospensione della corsa, il pensiero è stato drastico: basta UTMB per sempre. Adesso mi vedo già a Chamonix nel 2011, sempre che l’organizzazione dimostri buon senso concedendoci un’altra chance, senza passare dalle forche caudine del sorteggio.
Dopo aver a lungo guardato con sospetto un evento, che mi pareva essere molte miglia lontano dai canoni del trail, ammesso che il trail di canoni ne abbia, nel 2010 mi sono deciso e il 27/08 sono sbarcato a Chamonix.
Uso il verbo sbarcare perché in effetti è sembrato di approdare in un mondo diverso; in una cittadina i cui nomi delle vie sono dedicati a chi ha fatto storia dell’alpinismo, 2.500 concorrenti da 57 paesi, una babele di lingue, un caos di anime, un mondo di scarpe e zainetti, partiranno con un unico obiettivo comune: essere nuovamente qui entro le 16,30 di domenica. E’ un qualcosa che ha la forza emotiva di travolgere la retorica dei discorsi di prima della partenza, quando pigiati all’inverosimile, sentiamo inutili chiacchiere, inni nazionali, lodi ed encomi alle nostre ipotetiche virtù. Ma la forza interiore che ha spinto ognuno di noi qui travolge tutto e ti ritrovi con la pelle d’oca a percorrere i primi chilometri in un’atmosfera irreale, quasi da sogno. L’adrenalina lavora a mille e fa vivere una sorta di rapimento spirituale. Ragazzi, stiamo correndo l’Ultra Trail du Mont Blanc !
L’essere in mezzo a questa massa, l’essere parte di questa folla, l’essere “protagonista” travolge le considerazioni che avevo fatto per anni. Qui non si tratta di fare i conti in tasca agli organizzatori, di pensare agli investimenti fatti in termini di tempo, sacrifici e, perché no, soldi o di criticare la mercificazione dell’evento. Qui abbiamo iniziato a circumnavigare il Bianco e via via passeranno di fronte ai nostri occhi Trelatete, la Noire di Peuterey, i piloni del Freney, le Jorasses, la Verte, I Drus, Les Droites. Corro e cammino inebriato al pensiero di quanto stiamo facendo e quasi non mi sembra di percepire la pioggia che ora va ora viene.
L’atmosfera di S.Gervais fa rivivere le sensazioni di Chamonix, finchè la voce di un volontario in maglietta rossa si insinua nelle pieghe del sogno: “La course est arretè”. L’altoparlante urla qualcosa. Intuisco le parole « foudres au Col du Bonhomme et Col de la Seigne ». L’UTMB fermata per il maltempo? No, non è possibile.
Si è possibile. Finito, tutto finito, così quasi senza incominciare. E’ giusto, è una decisione corretta, è tutto irreprensibile, ma possibile che un sogno di un anno e che stava raggiungendo il suo apice più bello si concluda in 3 ore ? Mesi di allenamenti, aspettative, illusioni, fantasie vengono tarpati da una frase: “La course est arretè”. Cerco di essere razionale, ma sento di essere stato depredato della mia anima. Sono sgomento, sembra che andare via da lì sia tagliare definitivamente con ogni possibilità di riannodare qualche filo per far proseguire la gara.
Pioggia di emozioni, minuti che sembrano eterni, incazzatura perché ho perso la frontale a cui ero più che affezionato, un grazie a chi me l’ha sottratta nel bailamme. Sono scornato, sconfitto, abbattuto. Mi dicono che c’è un trenino che riporta a Chamonix. Mi immergo nel flusso che si dirige verso una stazioncina con scritto Tramway du Mont Blanc. Sono nella calca che aspetto. Mi fa innaturalmente male il piede sinistro, che era stato vittima di una distorsione a fine luglio. Il muscolo infiammato della coscia ha ripreso a dare fastidio. Gli abiti sono fradici. Sembra non faccia freddo, ma non se ne può più di pioggia. Sento un improvviso forte male all’addome. Mi piego e riprendendo la posizione eretta, la testa inizia a girare vorticosamente. Svengo cadendo per terra. La gente si accalca e mi prende a sberle per svegliarmi. E’ stato uno svenimento leggero, lampo, e mi riprendo subito bene, ma mi assale tanta stanchezza, sicuramente più emotiva che non fisica. Grazie a chi mi ha aiutato a tirarmi su, grazie all’italiano che mi ha allungato una barretta.
Il trenino a cremagliera ci scarica ad una stazione ferroviaria, dove dopo una decina di minuti parte un treno per la nostra meta. E’ un viaggio di una mezz’oretta in cui, frustrato, ripercorro le immagini vissute sinora. Tutti i volti sono assorti, qualcuno dorme, nessuno scherza o ride. Quello che non sono riusciti a fare 9.500 mt. di dislivello, sono stati fatti dall’interruzione di un sogno collettivo. Tutti sanno che nel 2010 non ci saranno finisher.
Arriviamo a Chamonix mentre arrivano i primi della CCC, anche loro massacrati dal maltempo. Vado a farmi una doccia ustionante, vago per le strade sotto la pioggia battente, restituisco il pettorale, decidiamo di rientrare a casa. Verso le 2,30 arriva un SMS che dice che verrà data una partenza l’indomani alle 10,00 da Courmayeur, ecc. ecc. La testa si è spenta qualche ora prima, tutti gli abiti sono bagnati, la prospettiva è di passarci la notte al freddo in macchina, sono reduce da uno svenimento qualche ora prima e ho gli adduttori che fanno male. No, grazie, questa soluzione non fa per me. Io vivevo un sogno e so con certezza che nessuno potrà costruirmi, confezionarmi e regalarmi lo stesso sogno che stavo facendo.
Alle 6 di mattina arrivo a casa. L’ultimo pensiero è per Bianca, mia figlia di 10 anni, che ha pianto quando ha saputo di come era finita l’UTMB.
Sono passati una decina di gg dagli eventi descritti. Sono riuscito a farmene una ragione. Ribadisco che ritengo la decisione presa dagli organizzatori corretta. Quasi sicuramente i miei acciacchi non mi avrebbero consentito di essere un finisher, a dispetto di una forza di volontà che avrebbe fermato la grandine con i pugni e respinto i fulmini con il solo pensiero.
Ho volutamente sottolineato gli aspetti emotivi e personali di questa edizione 2010. La prevalenza di questi aspetti non mi ha permesso di farmi un’idea su cosa c’è stato, se c’è stato, dietro a questa interruzione della corsa.
Sottolineo solo una cosa. Ho 48 anni, una discreta esperienza di Montagna estiva ed invernale e una discreta padronanza e conoscenza di me stesso, purtroppo anche frutto di tragedie capitate in montagna. Se non mi avessero fermato a S. Gervais, avrei sicuramente proseguito sull’onda di uno stato emotivo che non mi avrebbe permesso una giusta valutazione delle condizioni meteo e delle mie precarie condizioni fisiche. Chi avrebbe pensato che eravamo a soli 800 e rotti mt. di quota e che le condizioni a 2.500 mt. cambiano e non poco, soprattutto se arrivi fradicio d’acqua e stanco ? Non mi sarebbe probabilmente successo nulla, ma si può dire la stessa cosa di 2.500 persone ? Sia per i Top Runners che gli Slow Trailers l’obiettivo è sempre e solo uno: arrivare al traguardo. Quanti avrebbero (non) ragionato come me e avrebbero proseguito in nome di un obiettivo, a cui è stato sacrificato tanto della propria vita personale e familiare dell’ultimo anno?
Subito dopo la sospensione della corsa, il pensiero è stato drastico: basta UTMB per sempre. Adesso mi vedo già a Chamonix nel 2011, sempre che l’organizzazione dimostri buon senso concedendoci un’altra chance, senza passare dalle forche caudine del sorteggio.