Re: Trans d'Havet (VI) 26.07.2014
Inviato: 28/07/2014, 23:06
da gevero72
allora dopo un paio di giorni non riesco ancora a dimenticare questo week-end pazzesco.
Passato tutto il trambusto della sospensione della gara ed esserci assicurati che tutti stanno bene torniamo alla gara.
Questi sono i ricordi principali che mi sono portato a casa:
Le facce della gente presenti alla festa paesana a Piovene Rocchette ci guardavano come se fossimo dei matti e forse non avevano tutti i torti...
La prima discesa free-style dal monte Summano
La parte penso in zona monte Alba mi sembrava di essere su una pista da motocross spettacolare su e giù.
La segnaletica direi perfetta complimenti veramente per il lavoro fatto

Le gallerie infinite ed emozionanti, con quel clima particolare nebbia e pioggia, pensavo a chi ci ha passato le notti quasi 100 anni fa e non è più rientrato a casa

.
Le buche piene d'acqua per arrivare al ristoro Campogrosso...
La salita al Carega, spettacolare, con relativo Coitus interruptus

e mesto rientro a Campogrosso.
L'acqua che ho preso ... non sono mai arrivato alla fine di un trail con le scarpe così pulite

Quindi non posso che dire ci vediamo all'edizione 2015

Re: Trans d'Havet (VI) 26.07.2014
Inviato: 30/07/2014, 0:02
da pollo
DALL’ALTRA PARTE DELLA TRANSENNA
Due schermi rotondi, con due carte geografiche e delle macchie di colore che variano dal verde al blu al rosso al giallo, una grossa cella temporalesca in evoluzione sulla Lombardia centrale nelle prime buie ore del ventisei luglio: questa è l’immagine che mi rimarrà più impressa della Trans d’Havet 2014.
I preparativi e la partenza sono filati via lisci: la distribuzione pettorali, il briefing, il trasferimento a Piovene, lo start. La macchina è rodata, ormai, ognuno al suo posto, ognuno sa quello che deve fare e non ho il benchè minimo dubbio che lo faccia, siamo o non siamo l’Ultrabericus Team? Sapendo che la notte e il giorno dopo saranno lunghissimi, evito di cedere, come negli anni passati, alla tentazione di seguire le primissime fasi della corsa, che di solito non presentano sorprese; ne aprofitto per due orette scarse di sonno nell’auto parcheggiata di fianco alla base operativa. Le tre e quaranta, non serve la sveglia, all’ennesimo rigiro sul sedile controllo l’ora e decido di alzarmi. Mi infilo un pile, l’aria fresca della notte mi riporta lucidità; entro sotto il gazebo, con le radio, i ragazzi del soccorso alpino, quelli della croce rossa, i radioamatori nel loro “carro radio”, e guardo: due schermi rotondi. Le condizioni al momento sono buone, il cellone è lontano, ed evolve più verso nord che verso est, il Garda e Verona sono ancora liberi.
Le radio descrivono la situazione in alto, segnalano i passaggi dei primi, i ritirati, i soccorritori che vanno in posizione, le condizioni meteo. Poche gocce, notte umida, un pò di vento. Claudio sta balisando il percorso alternativo che aggira il Carega; e ancora un refresh su quei due schermi rotondi.
Seguo l’andamento della gara con distrazione, memorizzo un passaggio dei primi a metà percorso in cinque ore e quindici, calcolo che potrebbero arrivare in poco più di dieci ore, ma non è quello il pensiero principale. Capire se la cella si esaurirà, come potrebbe sembrare dai radar e dalle informazioni che arrivano dall’alto, o se invece avanzerà inesorabilmente: questa è la chiave per prendere ogni possibile decisione. Refresh su quei due schermi rotondi.
Su comincia a piovere, me lo dicono da più punti, ma non lampa e non tuona, e la pioggia è moderata, a scrosci, ancora gestibile. I primi stanno per passare Campogrosso, Claudio è fermo al Battisti, valuto rapidamente l’opzione percorso alternativo: se il problema è la pioggia forte, con l’attraversamento della frana del Rotolon anche se in una posizione sicura, due guadi, e un sentiero molto nervoso, con pochi uomini di presidio, no, l’opzione non è valida, inattuabile.
Fermare? C’è pioggia, ma è ancora gestibile, e il grosso è comunque ancora sulle gallerie o in selletta nord ovest, e potrebbe essere, come normalmente è, che con una mezz’ora di scroscio violento ce la caviamo. Un ultimo sguardo ai radar, la cella si è allargata, lambisce la nostra zona, ma il nucleo ha perso intensità; è l’ultimo sguardo, perchè adesso sono le informazioni che arrivano dall’alto in diretta che contano.
Partono i bus della corta, il team di montaggio ha quasi finito di allestire l’arrivo, e inizia a piovere anche a Valdagno, ma ancora non tuona. I primi hanno scollinato al Fraccaroli, e solo una ventina sono usciti da Campogrosso. Dalla montagna comunicano che ora la pioggia è torrenziale, anche se non tuona; allo Scalorbi il primo in transito avverte di piccoli movimenti franosi in Vallon della Teleferica, segnali; poco dopo anche il soccorso alpino in Bocchetta Fondi comunica piccoli smottamenti di ghiaia, pioggia torrenziale, grandine fina e vento.
Ho i dati in mano, ho i mezzi in movimento, ho i soccorsi, il coordinatore del soccorso alpino davanti a me: devo decidere. Mometi di dubbio, potrebbe essere il solito scroscio di una mezz’ora e poi passa; il soccorso ti dice “adesso è pericoloso”, ma non ti dice “ferma la gara”, quella è una decisione tua. Sospendere non è solo sospendere punto, sospendere vuol dire portare tutti a casa, da punti diversi e distanti. Mi accorgerò molto dopo che con estrema lucidità non ho pensato minimamente al dispiacere per sei mesi di lavoro andati in fumo, all’incazzatura, alla morte del sogno di un viaggio, alle eventuali polemiche, no, in quegli istanti in testa hai solo una complicata scacchiera, e devi uscirne senza farti mettere in scacco matto.
Condimeteo, posizione e numero dei concorrenti, posizione dei soccorsi, disponibilità di trasporti: decidere. Sono quasi le otto, chiamo l’autista del bus che sta portando i concorrenti alla partenza della mezza: “dove siete?”, “quasi a Torrebelvicino”, “ giratevi, tornate indietro, scaricate, e tornate su a Pian delle Fugazze per portare a casa i ritirati: fermiamo la gara”. Il grosso possiamo portarlo a casa, penso, metto il naso all’interno del carro radio “Gianni, fermiamo la gara, annullata: prima comunicazione a Campogrosso e al Pian delle Fugazze, poi allo Xomo, Scalorbi e Bertagnoli, stop, si ferma”.
E’ una sorta di liberazione, l’angoscia del dubbio vola via, adesso è solo azione, quand’anche complessa, ma azione. Sospensione ed evacuazione generale non possono essere programmati, perchè possono avvenire in momenti e posizioni della gara diversi, di programmato c’è la disponibilità di uomini e mezzi, e ora bisogna muoverli con il massimo rendimento e la massima efficenza.
Priorità: prima la massa, poi la testa, poi il contorno organizzativo. Ci sono i bus a Pian delle Fugazze, i pulmini e la corrieretta delle FTV a Campogrosso, la testa che ha scollinato al Fraccaroli troverà due rifugi; la prima sgrezzata al sistema è fatta. Poche comunicazioni ai fidi Ultraberici, e con i volontari a loro disposizione anche il contorno si aggiusta, so che non ci saranno problemi: smobilitare i volontari dalla parte terminale del percorso, smontare l’arrivo, allestire l’accoglienza e trasferire il pasta party all’interno del palazzetto; scoprirò poi che l’unica cosa dimenticata è un furgone frigo, con cinquecento yogurth a bordo, che abbiamo lasciato a Schio, poco male.
A casa tutti, ed essere sicuri che tutti arrivino a casa, senza dispersi. Il controllo con il chip è al Passo Xomo e a Campogrosso, la rete gsm potrebbe avere qualche problema di trasmissione, chiedo ai radioamatori il controllo manuale in tutti i punti, e anche un altro controllo quando i mezzi sbarcano gli atleti in base, meglio registrare un doppio ritiro che perderne uno. Sulla strada delle Gallerie ci sono le scope, che chiuderanno al Pian delle Fugazze, ma su in Carega non c’è nessuno. Il soccorso alpino mi comunica che scoperà dal Fraccaroli a ritroso fino a Campogrosso, rimandando indietro i concorrenti; chiamo il Fraccaroli e mi faccio dare i passaggi manuali dei primi, sono in nove, un rapido controllo radio mi dice che allo Scalorbi sono fermi in quattro e al Bertagnoli sono arrivati in cinque, bingo, possiamo dimenticare la testa per ora. Chiedo la situazione a Campogrosso, chiamo tutti i pulmini su, negozio con FTV al telefono una corsa extra per la corrieretta di linea, i tracciatori Ultraberici sono su con le loro auto.
Le cose si stanno chiudendo, sì, il telefono suona ancora spesso, ma ormai ci siamo, quando arriva una chiamata in radio dal soccorso alpino: alla quarantanovesima galleria del Pasubio è caduto un fulmine e ci sono due infortunati, uno con emiparesi, l’altro con importanti formicolii alle mani, vigili e coscienti ma molto scossi, è allarme. In un attimo la squadra del soccorso è già sul posto, il Land Rover con il motore acceso al Papa, un’ambulanza con medico viene fatta salire per la strada degli Eroi per il rendez vous. Nel frattempo ci ha chiamato il 118, riferisce di aver ricevuto una telefonata poi interrotta da tale “Bambini”, ci dà il numero di cellulare per verificare se è uno dei nostri, rapido consulto della lista (benedetta la mia mania di attribuire i pettorali in ordine alfabetico) e le cose coincidono: numero di cello, numero di pettorale, nome. Preoccupazione, tutti si preparano al peggio, il dubbio di aver fermato troppo tardi, poi piano le informazioni diventano più accurate, sono tre, non feriti, coscienti e vigili, e già a bordo del Land, uno barellato, gli altri seduti. Non posso fare nulla, ora, meglio dedicarsi alle altre incombenze.
Al Pian delle Fugazze due autobus sono già partiti e il terzo sta aspettando perchè non è ancora pieno, ma una stima sommaria mi dice che molti devono ancora scendere dal Pasubio, e ne ho presto conferma quando mi comunicano che una quarantina di persone è ferma su al Papa. Il bus scenderà pieno, e per gli ultimi ci saranno i pulmini che sono già scesi da Campogrosso e stanno tornando su. In alto ci sono gli Ultraberici Claudio, Massi e Denis che tengono sotto controllo la situazione. Giù Leo, Lorenza e Raffa hanno messo in moto il pasta party e fanno la doppia spunta degli arrivi, mi concedo finalmente una birra.
Il soccorso alpino, dopo l’intervento, scoperà le gallerie al contrario fino a Bocchetta Campiglia; il Land che ha consegnato i fulminati all’ambulanza torna al Papa a prendere gli ultimi che non sono venuti giù a piedi, e in discesa controllerà anche i tagli. Da Campogrosso mi comunicano la chiusura, non c’è più nessuno, dal Pian delle Fugazze parte l’ultimo pulmino semivuoto, una telefonata con lo Scalorbi mi conferma che per i quattro ancora fermi sul versante veronese c’è un’auto della protezione civile che li preleverà a Revolto per portarli a Valdagno.
C’è aria da sospiro di sollievo, la menabrea si stappa, anche se rimane l’apprensione per i ricoverati, ma in realtà non è finita, adesso viene la parte più difficile: la conta. I radioamatori sono riusciti a comunicare tutti i ritirati e i fermati alla base in tempo reale, e dal carro radio spunta un bel foglio carico di numeri, un altro bel foglione viene dalle mani di Raffa che ha spuntato gli sbarcati a Valdagno, passo tutto a William il cronometrista, che carica i numeri e, come sempre, alla fine mi darà l’elenco dei dispersi. Normalmente alla fine di ogni gara ci sono quattro o cinque pettorali che non risultano spuntati, vuoi perchè non hanno comunicato il ritiro, vuoi perchè il pettorale è sfuggito ai radioamatori, vuoi perchè un lettore di chip ha toppato, succede. Quei dispersi vanno chiamati uno ad uno al telefono, normalmente sono a casa, spesso e volentieri già a dormire, e allora ti tocca chiamare il numero di emergenza, faccenda delicata. Dopo un bailamme del genere di dispersi non me ne aspetto quattro o cinque, ma quaranta cinquanta, e invece William mi sporge un foglietto con sedici pettorali, un sedici che mi dà la misura di quanto siamo riusciti ad essere precisi. Un paio li spunto subito, perchè li ho visti al bar, il grosso passa via alla prima telefonata, ne restano alla fine tre; l’ultimo, single e profondamente addormentato, lo sentirò alle due del pomeriggio, e quella è l’ora della fine dell’emergenza.
Solo allora mi rendo conto di che ore sono, di cosa sia stata questa Trans d’Havet; stata, al passato, perchè nel frattempo stanno sbaraccando il pasta party, i furgoni sono già carichi, e Leo si sta accordando per recuperare il materiale degli ultimi ristori dove non è passato nessuno.
La giornata si chiude con due epiloghi, il recupero dei fulminati, dopo la dimissione dall’ospedale di Santorso, e la cena al rifugio Battisti con Claudio e Massi che hanno pulito il percorso alternativo.
Rileggo, ripenso alla giornata e agli avvenimenti, e ancora non sento rabbia o rammarico per la gara sfumata, no, questo passa assolutamente in secondo piano. Piuttosto mi rendo perfettamente conto che se mi sono potuto concentrare sulla sola gestione dell’emergenza è perchè c’è una squadra rodata, insostituibile e indispensabile, in grado di far girare tutto con un solo cenno, spesso senza nemmeno bisogno di quello. Questo racconto, che è certamente personale e assolutamente parziale rispetto a tutto ciò che è stato fatto o è accaduto, non potrebbe essere se non ci fosse l’Ultrabericus Team, con i fidi Claudio, Massi, Leo, Lorenza, Raffa, Niki, Carlo e Denis. E nulla di tutto ciò si potrebbe fare se non ci fossero i più di trecento volontari, i veri eroi di questa giornata, e se, alla fin fine, non ci fossero i quasi seicento trail runners al via.
E ancora, manca un anno, e in un anno possono succedere infinite cose, tuttavia il pensiero non può che andare alla Trans d’Havet 2015.