Re: Tor Des Geants (Ao) 11.09.2022
Inviato: 03/11/2022, 12:22
Valtournenche – Ollomont
Una commedia di errori!
N.B. Ammetto subito la mia superficialità nel confronto di questo settore di gara. E una zona che non conosco bene, tranne per il fatto di avere fatto un paio di salite (a piedi e con i sci) sulla Becca di Luseney dal Bivacco Reboulaz, e non avevo studiato il percorso in dettaglio come avevo fatto con altri settori che invece conoscevo già meglio. Mea Culpa!!
La prima parte mi porta attraverso quello che immagino il centro del paese. Davanti al municipio ci sono vari ricordi a guide di tempi passati, un mestiere che una volta era uno dei pochi remunerativi di questa valle. Uscito dal paese mi trovo su un sentiero, non brutto ma sicuramente non bello. Il sentiero passa sotto diverse pareti leggermente strapiombanti dove noto la chiodatura di vie arrampicabile. Una volta sarei stato interessato a saper di più su queste vie, oggi mi chiedo chi sono questi ragazzi cosi fanatici che vengono ad arrampicare in un luogo cosi poco attraente.
Arrivo dietro una ragazza. Saluto e sorpasso. Lei accelera leggermente o forse io rallento, comunque cominciamo a chiacchierare. Veronica è lombarda, sposata con due figli. Una sua amica le sta facendo assistenza mentre il marito è rimasto a casa con i bimbi. Oltre a correre, fa skialp. Insomma parliamo tanto e impariamo tante cose uno dell’altro. Il tempo passa velocemente e senza accorgesene siamo in vista della diga di Cignana, con lago omonimo. Appena sotto la diga troviamo il Rifugio Barmasse mentre il cielo scurisce e la nuova notte arriva. L’accoglienza dentro il rifugio è meravigliosa – un brodo caldo con pasta viene portato dalla cucina, il personale insiste che ci accomodiamo su sedie e poltrone comode. Il tavolo è imbandito di prosciutto, moccetta e formaggio. Si potrebbe rimanere a fare serata! Invece è ora di partire. Ma partirò da solo visto che Veronica ha deciso di dormire un po’ al rifugio. Fuori è ormai buio. Il freddo vento in questo punto mi fa mettere giacca, berretto e guanti. Ci sono altri ragazzi che partono e mi infilo dietro a loro. Ma vanno troppo spediti. Li perdo dopo 10’ e dopo poco non vedo neanche le luci dei loro frontali, forse perché si scende in modo abbastanza ripido. Poco male penso, non credo di perdermi proprio qui! Invece …………….
Mi accorgo che da qualche centinaio di metri non vedo più bandierine luminose. Ma porca miseria! Guardo dietro di me. Sono su un sentiero appena accennato in mezzo ad un campo in pendenza. Dovrò tornare indietro. Comincio a risalire ma devo avere sbagliato direzione perché all’improvviso mi trovo su una grande strada sterrata che non avevo visto prima. Comincio andare in panico – non perché temo di perdermi o farmi male ma perché sto rischiando di mandare in malore la mia gara, la possibilità di terminare il Tor. Mi do dell’idiota – ma questo non aiuta. Faccio un ragionamento. Se c’è una strada sterrata così grande è molto probabile che porta verso la diga e quindi verso il rifugio. Decido di seguirla in salita, almeno sono su una strada e non in mezzo ad un campo. Continuo in salita per circa 10’. Sudo anche se c’è freddo ma è sudore da disperazione. Alzo la luminosità del mio frontale per guardare in giro – vedere se posso captare qualche indizio. Lì, alla mia destra, vedo una fila di puntini luminosi. Devono essere le bandierine sul sentiero che avevo percorso un po’ di tempo fa. La strada fa un curvone andando in quella direzione. La seguo e arrivo al punto in cui si interseca con il sentiero. Leggermente sollevato, comincio a seguire un’altra volta questo sentiero in discesa. Mi trovo in una zona tutto illuminato con tante mucche – c’è una stalla piuttosto grande e una signora che sta cercando di indirizzarle verso la stalla. Può darsi è qui che ho sbagliato, ma prima non era illuminato. “Mi scusi signora. Dove va il percorso del Tor?” “Di lì, attraverso quelle mucche”. Ecco, le mucche hanno sicuramente calpestato tutte le bandierine e questo è il motivo per il quale non le avevo visto. Mi butto in mezzo alle mucche, cercando di seguire una quasi stradina. Esco dall’altra parte e mi trovo su una sterrata bella larga e in discesa. Tutto ciò mi sembra molto strano, non aspettavo una discesa perché mi ricordo che dovevamo andare verso la Fenetre de Tzan. Ma le bandierine scendono lungo questa strada e perciò scendo anch’io. In più vedo qualche frontale dietro di me.
In fondo alla discesa si entra in un bosco e comincia a salire. Bene, adesso stiamo andando verso la Fenetre di Tzan. Mi passano una coppia francese che ascoltano musica a pieno volume. Salgo, salgo. Il sentiero è ripido e devo usare bene i bastoncini. Supero un ragazzo che sale senza bastoncini – che fatica. Finalmente arrivo al colle. Eccoci. Ma questo è il Fenetre di Ersaz di cui non ho mai sentito parlare, e adesso il sentiero scende. Comincio a sentirmi confuso. Dove stiamo andando – non ho idea. Quindi si scende ma è un bel sentiero. Dopo 10-15’ siamo di nuovo su una strada sterrata che sale di nuovo. Vedo un crinale a distanza con file di luci, ma alcuni vanno verso sinistra e altre verso destra. Mi sento ulteriormente confuso ma salgo. Poi c’è una luce molto grande. Ci avviciniamo lungo un pendio, prima verso destra e poi verso sinistra finché arriviamo ad un alpeggio con ristoro. Secondo la segnaletica questo sarebbe i ristoro Vareton – mai sentito nominare. Comincio a sentirmi completamente spaesato. Chiedo lumi. Da qui andiamo alla Fenetre de Tzan giusto? Si mi rispondono, non è lontano. Riprendiamo il cammino ma cominciano a scarseggiare le bandierine. In alcune zone mancano completamente. Bisogna solo cercare di seguire il sentiero e sperare nel meglio (credo che passare di qui con la luce di giorno è tutta un’altra cosa). In alcune zone le rocce mi sembrano facce di persone vecchie che mi osservano. So che non sono vere ma solo allucinazioni creati dal mio cervello stanco e la luce frontale che crea giochi di luci e ombre, quindi li do poco peso. Ma ogni tanto invece di facce di vecchi, ci sono le facce di bambini cattivi, forse spiriti maligni. Anche questi so che non sono reali, ma mi fanno venire brividi lungo la schiena.
Vedo un gruppo davanti a me che vanno ad un bel passo e sembra di conoscere dove andare. Accelero e mi attacco dietro. Vanno proprio. Faccio una grande fatica starli dietro. Adesso il mio cervello comincia a non essere proprio sul pezzo. Mi trovo ad interrogarmi su chi è tutta questa gente, cosa stiamo facendo, dove stiamo andando. Non trovo risposte ma so che dobbiamo andare avanti. Una seria di false cime mi illudono e poi mi fanno stare male. Ma finalmente arriviamo – la Fenetre di Tzan. Vedo una fila di luci che scendono, ma in distanza vedo altri che salgono. Non mi rendo conto che questa seconda fila è quella che sale verso il Rifugio Cuney – non mi ricordo proprio della sua esistenza. Anche qui mancano le bandierine. Il sentiero è approssimativo e tutto ciò mi rende ancora nervoso e confuso. Adesso non ce lo faccio a stare dietro il gruppo e vedo le loro luci che si allontanano. Fatico a trovare una discesa che abbia senso. Ogni tanto trovo una bandierina che mi da un senso della direzione. Ad un certo punto mi siedo per terra e mangio una barretta. Sono piuttosto sconsolato e estremamente confuso. Ma bisogna andare avanti. Non posso stare qui al buio. Mi alzo e continuo a scendere ancora. Ora il sentiero è più ovvio mentre la pendenza è molto minore, quasi in piano in certi punti. Si avanza in modo forse non veloce ma almeno decentemente. E finalmente vedo le luci del Rifugio Magià. C’è un corriere parcheggiato davanti e diverse macchine – questo mi disorienta e confonde ancora di più. Entro e non capisco se mi trovo in un albergo, un ristorante o un rifugio. Comunque ci sono dei VolonTor e chiedo un posto per dormire un’oretta. Ma non c’è posto in questo momento. Gentilmente mi invitano a mangiare qualcosa nella sala e mi chiameranno appena si libera un posto. Prendo un piatto di brodo, aggiungo fontina e cracker. Un bicchiere di coca e poi mi adagio la testa sulla braccia appoggiati al tavolo.
Deve essere passato quasi un’ora quando mi sveglio. Non mi hanno chiamato ancora. Vado da loro per chiedere. Mi dicono di avermi chiamato ma non avevo risposto – dormivo in modo cosi profondo? Comunque un posto è libero quindi mi fanno vedere una stanza e mi butto sul letto con richiesta di chiamarmi dopo un’ora. Mi addormento ancora, anche se c’è uno nella stanza che russa come un trattore. Ma ho dei sonno strani e non sono tranquillo. Mi sveglio di soprassalto con una idea fissa in testa – dopo avere rischiato di rovinare il mio Tor con il fatto di perdermi vicino al Barmasse, adesso sto rischiando di rovinarlo perché sto dormendo troppo. Mi alzo in tutta fretta. Mi vesto in fretta. Saluto e ringrazio gli VolonTor e precipito fuori.
Vedo tutto bianco per terra. Sembra che è coperto di cicche di grandine o ghiaccio ma non è per nulla scivoloso. Salendo sul sentiero vedo ancora questa copertura bianca ma poi scompare. Non so cosa è stato. Non credo che aveva grandinata o nevicata, e dall’altra parte non aveva la consistenza e scivolosità del ghiaccio. Forse solo sassi bianchi. Non ho indagato ma con la mia mente ancora confusa mi ha destabilizzato ulteriormente. So che sto salendo verso il Rifugio Cuney – almeno una certezza anche perché vedo una buona segnaletica. Le bandierine ci sono quindi basta seguirle. Il cielo si sta schiarendo quando arrivo nella conca sotto il Cuney. Bisogna attraversare tutta la conca e poi risalire. Arrivo su e trovo un tendone. Dentro fa caldo con un paio di stufe che vanno. Caffe, biscotti e ancora caffe e biscotti. Sto un po’ meglio. L’indicazione dentro la tenda indicano che mancano solo 4km e 360m+ fino al Bivacco Clermont. Chiedo una indicazione di tempistica. Mi dicono 2 ore che mi sembra un’esagerazione. Esco e trovo un’alba stupenda. C’è una ragazza, tutta bardata contro il freddo, che fa foto su un cucuzzolo – ci scambiamo due parole. Una traversata – un po’ giù, un po’ su e poi una salita più lunga fino al Col Chaleby. Sono già metà strada verso il Clermont. Sono soddisfatto. Guardo l’orologio che impietosamente mi dice che ho messo quasi un’ora. Adesso bisogna scendere e poi risalire verso il Clermont che non vedo. Quello che vedo invece è il Colle Vessonaz e mi sembra lontanissimo.
Non ho scelta, bisogna andare. Stranamente non è cosi lungo come mi sembrava e dopo un’altra ora arrivo al bivacco. Aveva ragione il tipo – quasi due ore. Mi invitano ad entrare nel bivacco e mi chiedono brodo o caffe. La mia risposta, si grazie, tutti due. Al brodo aggiungo formaggio parmigiano, fontina e un pacchetto di cracker. Con il caffe faccio fuori una pila di biscotti. Comincio ancora con cracker, prosciutto, fontina e moccetta. Mi sembra di avere un buco nero invece che uno stomaco. Esco dal bivacco che mi sembra di rotolare più che camminare. La prossima salita è ripida e la digestione non rende facile l’avanzamento. Per fortuna manca poco al Colle. Adesso è tutta discesa fino a Oyace e il nuovo giorno mi sta dando più fiducia. La discesa è ripida e i miei piedi continuano a darmi fastidio fra le dita, ma si scende abbastanza veloce. Arrivato fuori dalla discesa mi trovo su un prato e la temperatura sta salendo. Via la giacca, i guanti, il berretto e i pantaloni lunghi. Adesso ci si può muovere bene. La vallata è lunga. Mi trovo con Andrea e superiamo diverse persone. Ci sembra di essere arrivati vicino Oyace ma il sentiero sale ancora. Un incubo quest’ultimo pezzo – ma solo perché non so cosa ci aspetta dopo Oyace. Ma poi c’è Giorgio e anche Monica, sua moglie, che ci accompagnano dentro il ristoro di Oyace.
Mangio un piatto di pasta con sugo e una montagna di parmigiano e poi coca e caffe. Riempio le borracce e sono pronto per ripartire. Andrea decide di aspettare suo amico, Massimo. Esco con Giorgio che mi accompagna per i primi 500m, finche un commissario di gara lo dice di tornare indietro. Telefono mia moglie – è bello sentire una voce da casa e sono fiducioso. Adesso bisogna fare una traversata da Oyace fino ad Ollomont invece che salire e scendere il Col Brison. Sulla carta dovrebbe essere più facile. Ma è mezzogiorno e il sole scalda qui. Dove ci sono alberi si sta bene ma i pezzi esposti al sole fanno sudare parecchio. I miei piedi fanno tanto male. Decido di prendere provvedimenti. Tolgo le scarpe e calze per guardare meglio il bendaggio. Vedo che ci sono due pezzi del bendaggio che sembrano fatti di plastica che stanno fra il pollice e il secondo dito e poi fra il terzo e quarto dito. Mi stanno segando la pelle fra le dita. Coltellino svizzero, una piccola forbice e li rimuovo. Metto calze nuove e rimetto le scarpe. I piedi fanno ancora male ma meno di prima. Il resto della traversata è un incubo – caldo, polvere, sudore. Poi si arriva sulla strada e mancano solo pochi chilometri a Ollomont. Faccio l’errore di chiedere a diverse persone quanto manca alla base vita. Ognuno mi da una risposta diversa ma nessuna quella giusta. Mi sembra di avere messo tanto tempo da Oyace ad Ollomont anche se in verità sono passati solo 2 ore. Ma sono arrivato con quasi 3 ore di ritardo sulla mia tabella di marcia. Meglio delle 5 ore di ritardo che avevo al Cuney ma non benissimo.
La base vita di Ollomont è veramente il peggiore di tutto il Tor - un locale piccolo per mangiare e un tendone strapieno di brandine per dormire. Mangio qualcosa, cambio la maglietta all’aperto, trovo una brandina e mi butto giù. Sono le 17.00 e il cancello per l’uscita è alle 21.00. Penso di riposare un’ora, mangiare ancora e ripartire per le 19.00.
Una commedia di errori!
N.B. Ammetto subito la mia superficialità nel confronto di questo settore di gara. E una zona che non conosco bene, tranne per il fatto di avere fatto un paio di salite (a piedi e con i sci) sulla Becca di Luseney dal Bivacco Reboulaz, e non avevo studiato il percorso in dettaglio come avevo fatto con altri settori che invece conoscevo già meglio. Mea Culpa!!
La prima parte mi porta attraverso quello che immagino il centro del paese. Davanti al municipio ci sono vari ricordi a guide di tempi passati, un mestiere che una volta era uno dei pochi remunerativi di questa valle. Uscito dal paese mi trovo su un sentiero, non brutto ma sicuramente non bello. Il sentiero passa sotto diverse pareti leggermente strapiombanti dove noto la chiodatura di vie arrampicabile. Una volta sarei stato interessato a saper di più su queste vie, oggi mi chiedo chi sono questi ragazzi cosi fanatici che vengono ad arrampicare in un luogo cosi poco attraente.
Arrivo dietro una ragazza. Saluto e sorpasso. Lei accelera leggermente o forse io rallento, comunque cominciamo a chiacchierare. Veronica è lombarda, sposata con due figli. Una sua amica le sta facendo assistenza mentre il marito è rimasto a casa con i bimbi. Oltre a correre, fa skialp. Insomma parliamo tanto e impariamo tante cose uno dell’altro. Il tempo passa velocemente e senza accorgesene siamo in vista della diga di Cignana, con lago omonimo. Appena sotto la diga troviamo il Rifugio Barmasse mentre il cielo scurisce e la nuova notte arriva. L’accoglienza dentro il rifugio è meravigliosa – un brodo caldo con pasta viene portato dalla cucina, il personale insiste che ci accomodiamo su sedie e poltrone comode. Il tavolo è imbandito di prosciutto, moccetta e formaggio. Si potrebbe rimanere a fare serata! Invece è ora di partire. Ma partirò da solo visto che Veronica ha deciso di dormire un po’ al rifugio. Fuori è ormai buio. Il freddo vento in questo punto mi fa mettere giacca, berretto e guanti. Ci sono altri ragazzi che partono e mi infilo dietro a loro. Ma vanno troppo spediti. Li perdo dopo 10’ e dopo poco non vedo neanche le luci dei loro frontali, forse perché si scende in modo abbastanza ripido. Poco male penso, non credo di perdermi proprio qui! Invece …………….
Mi accorgo che da qualche centinaio di metri non vedo più bandierine luminose. Ma porca miseria! Guardo dietro di me. Sono su un sentiero appena accennato in mezzo ad un campo in pendenza. Dovrò tornare indietro. Comincio a risalire ma devo avere sbagliato direzione perché all’improvviso mi trovo su una grande strada sterrata che non avevo visto prima. Comincio andare in panico – non perché temo di perdermi o farmi male ma perché sto rischiando di mandare in malore la mia gara, la possibilità di terminare il Tor. Mi do dell’idiota – ma questo non aiuta. Faccio un ragionamento. Se c’è una strada sterrata così grande è molto probabile che porta verso la diga e quindi verso il rifugio. Decido di seguirla in salita, almeno sono su una strada e non in mezzo ad un campo. Continuo in salita per circa 10’. Sudo anche se c’è freddo ma è sudore da disperazione. Alzo la luminosità del mio frontale per guardare in giro – vedere se posso captare qualche indizio. Lì, alla mia destra, vedo una fila di puntini luminosi. Devono essere le bandierine sul sentiero che avevo percorso un po’ di tempo fa. La strada fa un curvone andando in quella direzione. La seguo e arrivo al punto in cui si interseca con il sentiero. Leggermente sollevato, comincio a seguire un’altra volta questo sentiero in discesa. Mi trovo in una zona tutto illuminato con tante mucche – c’è una stalla piuttosto grande e una signora che sta cercando di indirizzarle verso la stalla. Può darsi è qui che ho sbagliato, ma prima non era illuminato. “Mi scusi signora. Dove va il percorso del Tor?” “Di lì, attraverso quelle mucche”. Ecco, le mucche hanno sicuramente calpestato tutte le bandierine e questo è il motivo per il quale non le avevo visto. Mi butto in mezzo alle mucche, cercando di seguire una quasi stradina. Esco dall’altra parte e mi trovo su una sterrata bella larga e in discesa. Tutto ciò mi sembra molto strano, non aspettavo una discesa perché mi ricordo che dovevamo andare verso la Fenetre de Tzan. Ma le bandierine scendono lungo questa strada e perciò scendo anch’io. In più vedo qualche frontale dietro di me.
In fondo alla discesa si entra in un bosco e comincia a salire. Bene, adesso stiamo andando verso la Fenetre di Tzan. Mi passano una coppia francese che ascoltano musica a pieno volume. Salgo, salgo. Il sentiero è ripido e devo usare bene i bastoncini. Supero un ragazzo che sale senza bastoncini – che fatica. Finalmente arrivo al colle. Eccoci. Ma questo è il Fenetre di Ersaz di cui non ho mai sentito parlare, e adesso il sentiero scende. Comincio a sentirmi confuso. Dove stiamo andando – non ho idea. Quindi si scende ma è un bel sentiero. Dopo 10-15’ siamo di nuovo su una strada sterrata che sale di nuovo. Vedo un crinale a distanza con file di luci, ma alcuni vanno verso sinistra e altre verso destra. Mi sento ulteriormente confuso ma salgo. Poi c’è una luce molto grande. Ci avviciniamo lungo un pendio, prima verso destra e poi verso sinistra finché arriviamo ad un alpeggio con ristoro. Secondo la segnaletica questo sarebbe i ristoro Vareton – mai sentito nominare. Comincio a sentirmi completamente spaesato. Chiedo lumi. Da qui andiamo alla Fenetre de Tzan giusto? Si mi rispondono, non è lontano. Riprendiamo il cammino ma cominciano a scarseggiare le bandierine. In alcune zone mancano completamente. Bisogna solo cercare di seguire il sentiero e sperare nel meglio (credo che passare di qui con la luce di giorno è tutta un’altra cosa). In alcune zone le rocce mi sembrano facce di persone vecchie che mi osservano. So che non sono vere ma solo allucinazioni creati dal mio cervello stanco e la luce frontale che crea giochi di luci e ombre, quindi li do poco peso. Ma ogni tanto invece di facce di vecchi, ci sono le facce di bambini cattivi, forse spiriti maligni. Anche questi so che non sono reali, ma mi fanno venire brividi lungo la schiena.
Vedo un gruppo davanti a me che vanno ad un bel passo e sembra di conoscere dove andare. Accelero e mi attacco dietro. Vanno proprio. Faccio una grande fatica starli dietro. Adesso il mio cervello comincia a non essere proprio sul pezzo. Mi trovo ad interrogarmi su chi è tutta questa gente, cosa stiamo facendo, dove stiamo andando. Non trovo risposte ma so che dobbiamo andare avanti. Una seria di false cime mi illudono e poi mi fanno stare male. Ma finalmente arriviamo – la Fenetre di Tzan. Vedo una fila di luci che scendono, ma in distanza vedo altri che salgono. Non mi rendo conto che questa seconda fila è quella che sale verso il Rifugio Cuney – non mi ricordo proprio della sua esistenza. Anche qui mancano le bandierine. Il sentiero è approssimativo e tutto ciò mi rende ancora nervoso e confuso. Adesso non ce lo faccio a stare dietro il gruppo e vedo le loro luci che si allontanano. Fatico a trovare una discesa che abbia senso. Ogni tanto trovo una bandierina che mi da un senso della direzione. Ad un certo punto mi siedo per terra e mangio una barretta. Sono piuttosto sconsolato e estremamente confuso. Ma bisogna andare avanti. Non posso stare qui al buio. Mi alzo e continuo a scendere ancora. Ora il sentiero è più ovvio mentre la pendenza è molto minore, quasi in piano in certi punti. Si avanza in modo forse non veloce ma almeno decentemente. E finalmente vedo le luci del Rifugio Magià. C’è un corriere parcheggiato davanti e diverse macchine – questo mi disorienta e confonde ancora di più. Entro e non capisco se mi trovo in un albergo, un ristorante o un rifugio. Comunque ci sono dei VolonTor e chiedo un posto per dormire un’oretta. Ma non c’è posto in questo momento. Gentilmente mi invitano a mangiare qualcosa nella sala e mi chiameranno appena si libera un posto. Prendo un piatto di brodo, aggiungo fontina e cracker. Un bicchiere di coca e poi mi adagio la testa sulla braccia appoggiati al tavolo.
Deve essere passato quasi un’ora quando mi sveglio. Non mi hanno chiamato ancora. Vado da loro per chiedere. Mi dicono di avermi chiamato ma non avevo risposto – dormivo in modo cosi profondo? Comunque un posto è libero quindi mi fanno vedere una stanza e mi butto sul letto con richiesta di chiamarmi dopo un’ora. Mi addormento ancora, anche se c’è uno nella stanza che russa come un trattore. Ma ho dei sonno strani e non sono tranquillo. Mi sveglio di soprassalto con una idea fissa in testa – dopo avere rischiato di rovinare il mio Tor con il fatto di perdermi vicino al Barmasse, adesso sto rischiando di rovinarlo perché sto dormendo troppo. Mi alzo in tutta fretta. Mi vesto in fretta. Saluto e ringrazio gli VolonTor e precipito fuori.
Vedo tutto bianco per terra. Sembra che è coperto di cicche di grandine o ghiaccio ma non è per nulla scivoloso. Salendo sul sentiero vedo ancora questa copertura bianca ma poi scompare. Non so cosa è stato. Non credo che aveva grandinata o nevicata, e dall’altra parte non aveva la consistenza e scivolosità del ghiaccio. Forse solo sassi bianchi. Non ho indagato ma con la mia mente ancora confusa mi ha destabilizzato ulteriormente. So che sto salendo verso il Rifugio Cuney – almeno una certezza anche perché vedo una buona segnaletica. Le bandierine ci sono quindi basta seguirle. Il cielo si sta schiarendo quando arrivo nella conca sotto il Cuney. Bisogna attraversare tutta la conca e poi risalire. Arrivo su e trovo un tendone. Dentro fa caldo con un paio di stufe che vanno. Caffe, biscotti e ancora caffe e biscotti. Sto un po’ meglio. L’indicazione dentro la tenda indicano che mancano solo 4km e 360m+ fino al Bivacco Clermont. Chiedo una indicazione di tempistica. Mi dicono 2 ore che mi sembra un’esagerazione. Esco e trovo un’alba stupenda. C’è una ragazza, tutta bardata contro il freddo, che fa foto su un cucuzzolo – ci scambiamo due parole. Una traversata – un po’ giù, un po’ su e poi una salita più lunga fino al Col Chaleby. Sono già metà strada verso il Clermont. Sono soddisfatto. Guardo l’orologio che impietosamente mi dice che ho messo quasi un’ora. Adesso bisogna scendere e poi risalire verso il Clermont che non vedo. Quello che vedo invece è il Colle Vessonaz e mi sembra lontanissimo.
Non ho scelta, bisogna andare. Stranamente non è cosi lungo come mi sembrava e dopo un’altra ora arrivo al bivacco. Aveva ragione il tipo – quasi due ore. Mi invitano ad entrare nel bivacco e mi chiedono brodo o caffe. La mia risposta, si grazie, tutti due. Al brodo aggiungo formaggio parmigiano, fontina e un pacchetto di cracker. Con il caffe faccio fuori una pila di biscotti. Comincio ancora con cracker, prosciutto, fontina e moccetta. Mi sembra di avere un buco nero invece che uno stomaco. Esco dal bivacco che mi sembra di rotolare più che camminare. La prossima salita è ripida e la digestione non rende facile l’avanzamento. Per fortuna manca poco al Colle. Adesso è tutta discesa fino a Oyace e il nuovo giorno mi sta dando più fiducia. La discesa è ripida e i miei piedi continuano a darmi fastidio fra le dita, ma si scende abbastanza veloce. Arrivato fuori dalla discesa mi trovo su un prato e la temperatura sta salendo. Via la giacca, i guanti, il berretto e i pantaloni lunghi. Adesso ci si può muovere bene. La vallata è lunga. Mi trovo con Andrea e superiamo diverse persone. Ci sembra di essere arrivati vicino Oyace ma il sentiero sale ancora. Un incubo quest’ultimo pezzo – ma solo perché non so cosa ci aspetta dopo Oyace. Ma poi c’è Giorgio e anche Monica, sua moglie, che ci accompagnano dentro il ristoro di Oyace.
Mangio un piatto di pasta con sugo e una montagna di parmigiano e poi coca e caffe. Riempio le borracce e sono pronto per ripartire. Andrea decide di aspettare suo amico, Massimo. Esco con Giorgio che mi accompagna per i primi 500m, finche un commissario di gara lo dice di tornare indietro. Telefono mia moglie – è bello sentire una voce da casa e sono fiducioso. Adesso bisogna fare una traversata da Oyace fino ad Ollomont invece che salire e scendere il Col Brison. Sulla carta dovrebbe essere più facile. Ma è mezzogiorno e il sole scalda qui. Dove ci sono alberi si sta bene ma i pezzi esposti al sole fanno sudare parecchio. I miei piedi fanno tanto male. Decido di prendere provvedimenti. Tolgo le scarpe e calze per guardare meglio il bendaggio. Vedo che ci sono due pezzi del bendaggio che sembrano fatti di plastica che stanno fra il pollice e il secondo dito e poi fra il terzo e quarto dito. Mi stanno segando la pelle fra le dita. Coltellino svizzero, una piccola forbice e li rimuovo. Metto calze nuove e rimetto le scarpe. I piedi fanno ancora male ma meno di prima. Il resto della traversata è un incubo – caldo, polvere, sudore. Poi si arriva sulla strada e mancano solo pochi chilometri a Ollomont. Faccio l’errore di chiedere a diverse persone quanto manca alla base vita. Ognuno mi da una risposta diversa ma nessuna quella giusta. Mi sembra di avere messo tanto tempo da Oyace ad Ollomont anche se in verità sono passati solo 2 ore. Ma sono arrivato con quasi 3 ore di ritardo sulla mia tabella di marcia. Meglio delle 5 ore di ritardo che avevo al Cuney ma non benissimo.
La base vita di Ollomont è veramente il peggiore di tutto il Tor - un locale piccolo per mangiare e un tendone strapieno di brandine per dormire. Mangio qualcosa, cambio la maglietta all’aperto, trovo una brandina e mi butto giù. Sono le 17.00 e il cancello per l’uscita è alle 21.00. Penso di riposare un’ora, mangiare ancora e ripartire per le 19.00.