Lakeland (UK) - 29-31.07.16
Inviato: 30/08/2016, 8:12
E così un anno di preparazione, dopo il fatidico 1 settembre 2015, giorno in cui i mille posti a disposizione della Lakeland sono evaporati nell'arco di 6 (sei!) minuti, ha prodotto l'esito che speravo, il vero grande obiettivo di questo 2016: finire la mia prima 100 miglia.
Una volta iscritto, come nei mesi successivi, è difficile descrivere l'agitazione che il solo pensare di completare 170km, cioè 70km in più della gara più lunga che tu abbia mai fatto, scatena al tuo interno.
Una frase del sito dell'evento mi ha accompagnato come il classico mantra per mesi: "If it was easy, it would not be an achievement".
Ma in un anno metabolizzi, elabori, ti alleni, gestisci corpo e mente con quell'unico obiettivo in mente: il via da Coniston, Lake District, Inghilterra, alle 18.00 del 29 luglio 2016.
E... il resto è storia, e dopo mesi di tabelle, simulazioni, studio del tracciato, sei al via, insieme con 350 ultratrailer al tuo fianco, concentrati, ammutoliti ad ascoltare il Nessun Dorma che, straordinario inno di partenza nonché terrificante avvertimento, il tenore Alexander Wall ci regala "live" un minuto prima della partenza: una delle emozioni più intense della mia vita recente.
Un viaggio durato 39 ore attraverso laghi e "fell", disposti in quest'angolo di mondo in maniera così aggraziata da ispirare il cantore di questi luoghi, Wordsworth, ad esplorare "On Man, on Nature, and on Human Life Musing in Solitude".
Soprattutto un viaggio in cui, come ben sa chi queste distanze ha sperimentato, lungo le due infinite notti che quelli come me sono costretti ad affrontare (i primi ne passano in gara una soltanto), devi inanellare chilometri passo dopo passo, curva dopo curva, checkpoint dopo checkpoint, senza poterti permettere più di 15' di riposo ogni 30-40km, perché altrimenti rischi di essere fermato anzitempo per andatura troppo lenta.
E come se non bastasse, cercando continuamente la traccia, perchè la Lakeland è una competizione dove non c'è traccia di balisaggio: sono obbligatori roadbook, mappa e bussola; il GPS aiuta molto, e l'intuito fa il resto.
Ma piano piano i chilometri si assottigliano, gli spettatori lungo la strada ti incitano con sincero calore (ah quei "well done"!), e a venti dalla fine, sotto un cielo spettacolare, sei finalmente sicuro di avercela fatta. E l'entrata alla John Ruskin School, lo speaker che esalta l'impresa di questo vecchio scarsone anche perché "è arrivato da così lontano" (unico italiano iscritto), la medaglia al collo, la stampa degli intertempi, la maglia da finisher... il lento sprofondare verso il blackout di una stanchezza infinita.
Assieme al ricordo di un team organizzativo a proposito del quale ogni parola d'elogio è sprecata (il vitale briefing pregara, in cui ogni frase era pesata mille volte, ogni consiglio filtrato attraverso l'esperienza di migliaia di ritiri), e a un gruppo di volontari la cui positività è condizione essenziale per il tuo successo, ho lasciato l'Inghilterra con un solo piccolo rimpianto: non aver assistito alla "presentation", le premiazioni, il momento culminante dell'evento, uno show imperdibile in cui il rigore maniacale del team cede il posto all'ironia ("105 miglia al prezzo di 100...") e all'understatement tipicamente inglesi.
Il motivo? I miei piedi, massacrati dalle vesciche ormai infette formatesi durante l'attraversamento di chilometri di paludi (i famigerati "bog"), richiedevano cure urgenti; ma anche il cervello reclamava un po' di riposo, dopo gli stimoli di 53 ore ininterrotte di veglia.
Una volta iscritto, come nei mesi successivi, è difficile descrivere l'agitazione che il solo pensare di completare 170km, cioè 70km in più della gara più lunga che tu abbia mai fatto, scatena al tuo interno.
Una frase del sito dell'evento mi ha accompagnato come il classico mantra per mesi: "If it was easy, it would not be an achievement".
Ma in un anno metabolizzi, elabori, ti alleni, gestisci corpo e mente con quell'unico obiettivo in mente: il via da Coniston, Lake District, Inghilterra, alle 18.00 del 29 luglio 2016.
E... il resto è storia, e dopo mesi di tabelle, simulazioni, studio del tracciato, sei al via, insieme con 350 ultratrailer al tuo fianco, concentrati, ammutoliti ad ascoltare il Nessun Dorma che, straordinario inno di partenza nonché terrificante avvertimento, il tenore Alexander Wall ci regala "live" un minuto prima della partenza: una delle emozioni più intense della mia vita recente.
Un viaggio durato 39 ore attraverso laghi e "fell", disposti in quest'angolo di mondo in maniera così aggraziata da ispirare il cantore di questi luoghi, Wordsworth, ad esplorare "On Man, on Nature, and on Human Life Musing in Solitude".
Soprattutto un viaggio in cui, come ben sa chi queste distanze ha sperimentato, lungo le due infinite notti che quelli come me sono costretti ad affrontare (i primi ne passano in gara una soltanto), devi inanellare chilometri passo dopo passo, curva dopo curva, checkpoint dopo checkpoint, senza poterti permettere più di 15' di riposo ogni 30-40km, perché altrimenti rischi di essere fermato anzitempo per andatura troppo lenta.
E come se non bastasse, cercando continuamente la traccia, perchè la Lakeland è una competizione dove non c'è traccia di balisaggio: sono obbligatori roadbook, mappa e bussola; il GPS aiuta molto, e l'intuito fa il resto.
Ma piano piano i chilometri si assottigliano, gli spettatori lungo la strada ti incitano con sincero calore (ah quei "well done"!), e a venti dalla fine, sotto un cielo spettacolare, sei finalmente sicuro di avercela fatta. E l'entrata alla John Ruskin School, lo speaker che esalta l'impresa di questo vecchio scarsone anche perché "è arrivato da così lontano" (unico italiano iscritto), la medaglia al collo, la stampa degli intertempi, la maglia da finisher... il lento sprofondare verso il blackout di una stanchezza infinita.
Assieme al ricordo di un team organizzativo a proposito del quale ogni parola d'elogio è sprecata (il vitale briefing pregara, in cui ogni frase era pesata mille volte, ogni consiglio filtrato attraverso l'esperienza di migliaia di ritiri), e a un gruppo di volontari la cui positività è condizione essenziale per il tuo successo, ho lasciato l'Inghilterra con un solo piccolo rimpianto: non aver assistito alla "presentation", le premiazioni, il momento culminante dell'evento, uno show imperdibile in cui il rigore maniacale del team cede il posto all'ironia ("105 miglia al prezzo di 100...") e all'understatement tipicamente inglesi.
Il motivo? I miei piedi, massacrati dalle vesciche ormai infette formatesi durante l'attraversamento di chilometri di paludi (i famigerati "bog"), richiedevano cure urgenti; ma anche il cervello reclamava un po' di riposo, dopo gli stimoli di 53 ore ininterrotte di veglia.