L'avvelenata
Inviato: 17/11/2011, 14:33
Dedicata ai Bertoncelli del trail
Nelle sue recensioni degli anni settanta, il critico musicale Riccardo Bertoncelli si mostrava spesso critico nei confronti dei cantautori italiani del periodo, ai quali rimproverava il successo commerciale, giudicato l'evidenza di una perdita di impegno.
Bertoncelli in un lungo articolo del 1998 ha raccontato nei dettagli la vicenda: nel 1975 era un giovanissimo collaboratore della rivista Gong sulle cui pagine fu chiamato a scrivere una recensione di “Stanze di vita quotidiana”, album di Francesco Guccini. Fu una stroncatura senza appello e lo stesso Bertoncelli, oltre vent'anni dopo, in proposito dirà: «era un viziaccio dell'epoca insegnare agli artisti cosa dovevano fare, anzi, chi dovevano essere, e io c'ero cascato con lo zelo leninista di una Guardia Rossa.»
La risposta stizzita di Guccini non si fece attendere: in una intervista definisce Bertoncelli «uno che non capisce niente (…) uno di quelli che scrive ancora Amerika con la kappa»; e nei concerti propone una nuova canzone, dal titolo “La canzone avvelenata” nella quale dice: «tanto ci sarà sempre, lo sapete, un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli, un prete, a sparare cazzate».
Bertoncelli lo chiama e decidono di vedersi. Passano una serata insieme a casa di Guccini, scoprono di avere interessi in comune, che forse Guccini non si era venduto ai discografici e che forse Bertoncelli qualcosa capiva. Durante quella serata Guccini imbraccia la chitarra e suona per lui La canzone avvelenata, e si offre di togliere il nome dalla canzone. Bertoncelli rifiuta: «ora che ci siamo conosciuti non ha più senso».
(tratto da wikipedia)
Nelle sue recensioni degli anni settanta, il critico musicale Riccardo Bertoncelli si mostrava spesso critico nei confronti dei cantautori italiani del periodo, ai quali rimproverava il successo commerciale, giudicato l'evidenza di una perdita di impegno.
Bertoncelli in un lungo articolo del 1998 ha raccontato nei dettagli la vicenda: nel 1975 era un giovanissimo collaboratore della rivista Gong sulle cui pagine fu chiamato a scrivere una recensione di “Stanze di vita quotidiana”, album di Francesco Guccini. Fu una stroncatura senza appello e lo stesso Bertoncelli, oltre vent'anni dopo, in proposito dirà: «era un viziaccio dell'epoca insegnare agli artisti cosa dovevano fare, anzi, chi dovevano essere, e io c'ero cascato con lo zelo leninista di una Guardia Rossa.»
La risposta stizzita di Guccini non si fece attendere: in una intervista definisce Bertoncelli «uno che non capisce niente (…) uno di quelli che scrive ancora Amerika con la kappa»; e nei concerti propone una nuova canzone, dal titolo “La canzone avvelenata” nella quale dice: «tanto ci sarà sempre, lo sapete, un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli, un prete, a sparare cazzate».
Bertoncelli lo chiama e decidono di vedersi. Passano una serata insieme a casa di Guccini, scoprono di avere interessi in comune, che forse Guccini non si era venduto ai discografici e che forse Bertoncelli qualcosa capiva. Durante quella serata Guccini imbraccia la chitarra e suona per lui La canzone avvelenata, e si offre di togliere il nome dalla canzone. Bertoncelli rifiuta: «ora che ci siamo conosciuti non ha più senso».
(tratto da wikipedia)