A cura di Maurizio Scilla
Cristian Minoggio, cannobino di 42 anni, è stato più volte Campione del Mondo e d’Europa di Skyrunning, l’anno scorso ha conquistato un grandissimo secondo posto alla OCC, dopo un’entusiasmante battaglia con Jim Walmsley. Ha finito la scorsa stagione consapevole che il 2026 avrebbe potuto essere quello della definitiva consacrazione.
Ma gli imprevisti sono sempre dietro l’angolo. Nel mese di dicembre si è procurato una frattura alla caviglia destra, abbinata a una spongiosi al piede sinistro. Quindi la preparazione rivolta all’appuntamento clou dell’anno, la CCC, è iniziata nel peggiore dei modi. Quasi tutto l’inverno non ha potuto correre e quindi si è ritrovato a sconvolgere tutti i piani. Nonostante le difficoltà Cristian si è presentato a Chamonix in gran spolvero e ha vinto con autorevolezza la CCC.
In questa intervista ho potuto constatare quanto sia cambiato in questo periodo “Minoxx”, quanto sia attento ai particolari e alla strategia di gara.
Cristian se ti riporto indietro a quest’inverno con l’impossibilità di correre, quanto è stato duro?
E’ stato veramente difficile. Ho firmato il contratto con Kalias Fuga e due settimane dopo ho avuto la frattura alla caviglia, poi stando fermo si è fatta risentire la spongiosi alla caviglia sinistra. Morale sotto i piedi, volevo ridare indietro tutto il materiale e tornare a fare il guardiano alla diga. Mio papà ha cercato di farmi ragionare. Mi ha detto che il mio dovere era solo di impegnarmi al massimo nel recupero, di allenarmi nel miglior dei modi possibile e dare il meglio sempre. Aggiungendo che il lavoro in diga è lì che mi aspetta. L’ho ascoltato e mi sono messo in gioco.
Mi ricordo che ci siamo visti verso la fine d’aprile. Eri molto preoccupato perché dopo i mesi precedenti difficili, le gambe non giravano come avresti voluto, avevi paura di non farcela. Cosa ti ricordi di quel periodo?
In quel periodo più che la condizione, mi dava quasi più problemi la spongiosi della frattura. E’ una cosa ereditaria, ce l’ho dalla nascita. Il problema è che stando fermo tanto tempo senza fare balzi, propriocezione, il liquido sinoviale si è ritirato e la spongiosi si sentiva di più. Però dentro di me mi son detto “tanto è dura come gli altri anni! Ho corso con il Neuroma di Morton e con altri acciacchi! Possa farcela anche quest’anno!”.
Ho seguito i consigli di Fulvio Massa, fisioterapista e membro dello staff tecnico della nazionale e di Giovanni Vecchio, fisioterapista di Cannobio. Abbiamo fatto un percorso insieme, convinti che per fine agosto mi sarei presentato al meglio. Per quanto riguarda la sofferenza, se tiri per vincere devi soffrire, se soffri vinci, se non soffri, stai tranquillo che non vinci!

Quanto è stato importante il tuo preparatore atletico Saverio Ottolini per la tua crescita?
Mi fa piacere ricordare com’è nato il nostro rapporto.
Ero in bici con lo zaino con dentro il ricambio. Ero partito in bici, fatto una salita a piedi, tornato in autostop e risalito in bici a Bieno. Ci siamo trovati lì ed è nata l’idea di collaborare, è scattato qualcosa. Saverio preparava atleti di alto livello nella mtb, abbiamo deciso il percorso insieme.
E’ quello che consiglio a tutti, sono 20 anni che corro, ho potuto constatare che con una programmazione di tre anni c’è un bel salto di qualità. Quindi stiamo ragionando con una programmazione triennale per poter migliorare ancora. E’ un continuo confronto, gli passo tutti i dati e valutiamo ogni cosa. Ma soprattutto, visto che il rapporto dura da un po’, ormai solo guardandomi in faccia, prima, durante e dopo la gara, capisce quali sono le mie condizioni. Forse mi conosce meglio lui di quanto conosca me stesso, vedendomi dall’esterno riesce a vedere più cose.
Come avete gestito gli allenamenti con Saverio?
Il primo step era l’Europeo in Slovenia, un po’ troppo ravvicinato per me visto l’infortunio. Era una mina vagante e l’ho vissuto negativamente. Non sono riuscito ad esprimere in gara quello che avevo dentro, ero arrabbiato, con Saverio non ci siamo sentiti per una settimana. Avevo bisogno di starmene da solo e ragionarci sopra. Poi ci siamo risentiti, è importante avere una persona che ti capisce, che ti fa capire che non puoi essere e non devi essere al 100% a giugno, quando la gara clou è a fine agosto.
Quindi devi essere disposto a accettarlo, quello logora un po’, ma io sono fatto così, la voglia di competere e di andare forte è sempre viva, son peggio di un “bocia”.
A giugno e luglio, hai corso due gare per vedere come stava andando la preparazione.
Terzo alla Marathon du Mont Blanc dietro a Louison Coiffet e a Ben Dhiman e secondo al Monte Rosa Walserwaeg by UTMB, gara che avresti vinto senza quell’assurda penalizzazione.
Quanto ti hanno aiutato psicologicamente quei risultati?
La 90 km alla Marathon du Mont Blanc e la 82 km alla Monte Rosa erano come dici tu due gare test, sia sotto l’aspetto mentale che fisico. Moralmente ero carichissimo e fisicamente ho capito che stavo entrando in forma. Da quel momento abbiamo gestito bene i carichi, per arrivare all'appuntamento clou pronti per giocarci la vittoria.
Quale è il suo segreto per essere così competitivo a un'età non più giovanissima?
Per continuare a essere giovane devi pensare a quello che la vecchiaia ti toglie, se la vecchiaia ti toglie elasticità forza e velocità, cerchi di allenarle al meglio. Con Saverio curiamo con attenzione queste cose con programmi ben studiati.

Giovedì sera quando ti sei coricato cosa ti sei detto?
Mi è venuta in mente una frase di Marco Pantani, che più o meno diceva così: “Domani ci sarà molta gente a vedermi, molta gente si alza presto domani mattina per vedermi passare e io sulla salita più lunga attacco e passerò per primo”. Me la sono ripetuta e il giorno dopo sulla salita più lunga ho attaccato, ho scollinato per primo e sono riuscito a tenere fino all’arrivo a Chamonix.
Non avevi mai corso una gara dell’UTMB fino all’anno scorso, dove hai dato spettacolo nella OCC. Tutti ricordiamo la battaglia con Jim Walmsley, la gente ha iniziato a conoscerti. Quest’anno sei arrivato a Chamonix ed eri tra i favoriti. Che sensazioni hai provato? Negli ultimi km hai rivissuto quei momenti?
L'anno scorso è stato veramente adrenalinico sia per me che per la gente che guardava. Ti dico la verità, ancora più bello di quest'anno, mi è rimasto dentro. Ripenso con emozione a quel finale. Rivedo il momento quando Jim mi ha ripreso e staccato, io che davo tutto e non riuscivo a raggiungerlo. In quei momenti nel vialone guardavo gli occhi della gente, ascoltavo le urla e mi caricavo, però non mi è riuscita la rimonta.
Quest’anno cos’è successo? Quel kilometro l’ho rivisto, ho abbassato la visiera del cappellino e ho iniziato a menare finché ho immaginato di prenderlo per poi accelerare e tagliare il traguardo per primo.
Ho avuto la fortuna di vederti sul percorso a Champex, al Col de la Forclaz e a 300 m dall’arrivo. Sono rimasto stupito dalla tua concentrazione, dal tuo sguardo. Mi è sembrato che fossi in trance agonistica anche quando la vittoria era ormai in tasca.
La vittoria in tasca si mette quando hai i piedi sotto la tavola e inizi a mangiare. Non sai mai cosa può succedere, un infortunio, problemi di stomaco, oppure ti rifilano una penalità per un taglio di alcuni metri che tu non ti sei neanche accorto di fare. Vincere con un po’ di margine è sempre meglio visto cosa sta succedendo. Ero concentrato sull’obiettivo finale, era come se le scene le avessimo provate precedentemente e venerdì era semplicemente il gran giorno della prima a teatro.

Mi è sembrato che tu abbia gestito la gara in modo perfetto. Hai attaccato al momento giusto, apparentemente non hai avuto un momento di crisi. E’ stato così?
Qualche piccolo errore l’ho fatto. Faccio una premessa, ho avuto un’ipotermia di secondo grado nel 2008/2009, questo fa sì che quando fa freddo, piove, è umido, ho poca sensibilità nelle mani.
Quando siamo scollinati al Gran Col Ferret c’era vento e avevo le mani bagnate, ho perso sensibilità e in quelle condizioni non riesco a ritirare i bastoncini, prendere i gel, aprire le flask.
Le crisi in gare così lunghe arrivano quasi sempre ma di testa cerchi di uscirne il prima possibile.
Immagino che dal momento che hai tagliato il traguardo, è stato un tour de force con interviste etc. Non ti sembra di vivere un sogno?
Credo che debba ancora rendermene conto. Per me è stata una gara come le altre, però con tanta gente. Direi che è un sogno guadagnato, 20 anni fa quando ho iniziato sognavo già in grande. Io mi sono sempre posto un obiettivo, raggiunto quello, immediatamente ne cerco un altro, step by step cerco di alzare l’asticella, è quello che mi porta ad essere così competitivo per raggiungere il mio vero sogno.
Consapevole che è uno sport dove non ti viene regalato niente, uno sport di fatica dove devi sempre dare il massimo ed essere capace di soffrire.
E ora cosa ti aspetta?
Ora mi aspettano i mondiali FISKY a Gomera e forse una gara in Cina. Poi prima della fine dell’anno, ci troveremo con Saverio Ottolini, Franco Collé e Yotta Chen (Kailas manager) per programmare il 2027.
