Scusate, forse sbaglio, ma questa gara è da commentare per i primi due e null'altro?
Pivk
Nomi nuovi nelle parti alte
La classifica femminile
Ecc.
Dolomites Skyrace 21.07.2013
Moderatore: maudellevette
Regole del forum
Questa sezione è dedicata alle anteprime e ai racconti delle gare.
Nel titolo scrivete il nome della gara, la provincia e la data di svolgimento.
Questa sezione è dedicata alle anteprime e ai racconti delle gare.
Nel titolo scrivete il nome della gara, la provincia e la data di svolgimento.
-
andrea stanco
- Messaggi: 752
- Iscritto il: 06/09/2010, 12:49
- Località: GENOVA
Re: Dolomites Skyrace 21.07.2013
Pivk ha confermato di essere il primo degli umani e comunque il miglior skyrunner italiano (quando non fa capolino il Dega...) e con uno stato di forma eccezionale. Zinca è fortissimo e si sta ancora riprendendo dall'infortunio, per cui potrebbe fare grandi cose in futuro (ma mi sembra che anche lui è pur sempre della categoria umani). Per quanto riguarda le donne anche qui Forsberg di una categoria a parte, come lo sta dimostrando ultimamente e Serafini grandissima ma anche lei prima delle umane.
Sarò scontato, ma al di la delle imprese di Kilian&De Gasperi, per quanto mi riguarda, come disse il povero Califano, tutto il resto è noia...
Sarò scontato, ma al di la delle imprese di Kilian&De Gasperi, per quanto mi riguarda, come disse il povero Califano, tutto il resto è noia...
Re: Dolomites Skyrace 21.07.2013
.. ma chissà cosa sarebbero in grado di fare il resto degli "umani" se non dovessero lavorare e occuparsi di figli e familiari...biglux ha scritto: Sarò scontato, ma al di la delle imprese di Kilian&De Gasperi, per quanto mi riguarda, come disse il povero Califano, tutto il resto è noia...
Re: Dolomites Skyrace 21.07.2013
Non ne sono così convinto di questo vecchio "adagio"...se non hai delle caratteristiche fisiologiche di base da Kilian o De Gasperi penso che ti puoi allenare 7 su 7 con bigiornalieri ma più di tanto...Gaggio ha scritto:.. ma chissà cosa sarebbero in grado di fare il resto degli "umani" se non dovessero lavorare e occuparsi di figli e familiari...biglux ha scritto: Sarò scontato, ma al di la delle imprese di Kilian&De Gasperi, per quanto mi riguarda, come disse il povero Califano, tutto il resto è noia...
Re: Dolomites Skyrace 21.07.2013
Su questo hai pienamente ragione...Gaggio ha scritto:.. ma chissà cosa sarebbero in grado di fare il resto degli "umani" se non dovessero lavorare e occuparsi di figli e familiari...biglux ha scritto: Sarò scontato, ma al di la delle imprese di Kilian&De Gasperi, per quanto mi riguarda, come disse il povero Califano, tutto il resto è noia...
Re: Dolomites Skyrace 21.07.2013
Probabile, ineffetti.
Poi c'è da dire che a me lavoro + famiglia + sbattimenti vari fanno da costanti elementi motivatori, mantenendo sempre elevatissimo il livello di "fame di sentieri". Sicuramente un po' più di tempo per gli allenamenti non guasterebbe, però lo sottrarrei ben più volentieri alle ore di scrivania che a quelle passate a giocare col risodò insieme al mio piccoletto
C'è un video molto interessante che ho visto di recente in cui un normalissimo ragazzo inglese, fuori forma e sbevazzone, decide di mettersi alla prova su questo punto: può una persona qualunque, solo attraverso l'allenamento, arrivare a correre una maratona in 2h15m?
Il documentario dura un'oretta se non sbaglio e affronta diversi temi, uno dei quali è proprio il raggiungimento di quel limite fisico di cui parla Biglux. Effettivamente, quel limite esiste ed è una bella rogna se si punta al top, però è altrettanto vero che il 95% delle persone che corre, imho, è ad anni luce di distanza dal raggiungerlo.
A.
Poi c'è da dire che a me lavoro + famiglia + sbattimenti vari fanno da costanti elementi motivatori, mantenendo sempre elevatissimo il livello di "fame di sentieri". Sicuramente un po' più di tempo per gli allenamenti non guasterebbe, però lo sottrarrei ben più volentieri alle ore di scrivania che a quelle passate a giocare col risodò insieme al mio piccoletto
C'è un video molto interessante che ho visto di recente in cui un normalissimo ragazzo inglese, fuori forma e sbevazzone, decide di mettersi alla prova su questo punto: può una persona qualunque, solo attraverso l'allenamento, arrivare a correre una maratona in 2h15m?
Il documentario dura un'oretta se non sbaglio e affronta diversi temi, uno dei quali è proprio il raggiungimento di quel limite fisico di cui parla Biglux. Effettivamente, quel limite esiste ed è una bella rogna se si punta al top, però è altrettanto vero che il 95% delle persone che corre, imho, è ad anni luce di distanza dal raggiungerlo.
A.
Dolomiti Sky Race
Canazei, 21 luglio 2013, ore 8.30. Parte la Dolomiti Sky Race.
I top runners sono allineati cinque metri più avanti. Provo a guardare tra le teste dei concorrenti se riesco ad individuare Kiliam, il più forte, solo per il gusto di vederlo dal vivo. Niente da fare. “Tre, due, uno…” partiti!
Alberto è un metro avanti a me -lo rivedrò solo molte ore dopo davanti ad un piatto di pasta- ma dopo i primi 50 inizia la salita e la distanza tra noi si allunga.
Corrono tutti come matti. Cerco di tenere il ritmo ma mi rendo conto da subito che è ben oltre quello che tengo di solito: tanti chilometri e piano, così sono abituato. Qui invece è pochi, intensi e veloci. Cinque minuti e capisco di aver sbagliato gara. Mi sorpassano tutti e bastano altri cinque minuti per essere già fuori giri. Nella corsa in montagna non puoi permetterti di sbagliare ritmo. Non hai margine per recuperare, non è come su strada. Così sono fuori soglia come se stessi correndo i 400 in pista. Inizio a camminare nonostante la salita sia ancora entro i margini di corsa dei mie (pochi) allenamenti. Cerco di avere comunque un passo sostenuto, anche se continuano a passarmi tutti.
La gara si misura tutta nel cancello orario di 1 ora e 50 minuti alla Forcella Pordoi. Chi non lo rispetta è fuori! “Tieni duro” penso, “ti riposi dopo”. Le retrovie si sono diradate e finalmente trovo un gruppo di umani con il mio stesso ritmo. Ne passo anche qualcuno ma non mi sembra un gran merito: una avrà vent’anni più di me, l’altro misura il doppio in circonferenza.
Resisto, ma il cuore continua a pompare esageratamente e il fiato è sempre cortissimo. Sono così ansimante che fatico a bere dal camelbak. Ho un sapore metallico in bocca e nella saliva vedo tracce di sangue. “Ecco cosa vuol dire sputar sangue”. Non importa, non mollo, penso che sarà solo una cosa in più da raccontare.
La pista da sci che risaliamo sembra non finire. Probabilmente percorrerla al contrario d’inverno è una discesa di quelle facili, ma così, “in direzione ostinata e contraria”, è sempre più duro.
Finisce la pista, guardo il tempo. Boh! Continuo. Finalmente arrivo al Passo Pordoi. L’anno scorso c’era un cancello orario anche qui: 1 ora e 5 minuti. Transito con 1 munito in meno. Troppo poco margine! Non ci penso e continuo. Vedo la forcella sopra di me e i primi che stanno passando. La salita diventa più dura. Marcio in fila con altri. Più passa il tempo e meno sono preoccupato di passare il cancello. “Chi se ne frega –mi dico- voglio arrivare su e finire il percorso, questa è la mia gara”. Sarà forse rassegnazione e consapevolezza, consapevolezza e rassegnazione, però mi sembra di camminare più leggero senza l’ansia agonistica. Un cartello segnaletico per turisti indica 50 minuti alla forcella. Guardo l’ora. Per essere in cima per tempo dovrei farcela in 16 minuti. Impossibile! Non importa. L’uomo da battere sono io e non mollo il ritmo. Cuore a mille e fiato corto come se avessi il primo posto da conservare.
Inizia la neve, ci siamo quasi. Transito sotto al tunnel che si affaccia sul rifugio 25 minuti dopo il cartello turistico. La metà del tempo di un escursionista, probabilmente più del doppio di quello di Kiliam. Ho sforato il cancello orario di 8 minuti. Mi fanno consegnare la pettorina e il cip. Un ragazzo dell’organizzazione mi consegna 20 Euro: “Grazie, ho vinto qualcosa?” No, è la cauzione per il cip. Che scemo!
Mi prendo il tempo per mangiare, bere, fare qualche foto e girare 30 secondi di video. Mi sento bene e questa è per me una grande cosa. Significa che posso proseguire senza problemi. La piccola gogna della squalifica mi lascia abbastanza indifferente. La gara per me continua.
Devo salire ancora 300 metri circa prima di arrivare ai 3152 del Piz Boè. Parto.
L’ultima salita è ingombra di escursionisti che scendono. Gli spettatori non hanno più niente da vedere, lo spettacolo è finito. Salire diventa così un po’ lento e complicato ma oramai non c’è fretta e quindi arrivo in cima senza affanno. Foto di rito e riparto per la discesa.
Il percorso è tutto in mezzo alla neve che più avanzo e più diventa pesante. In alcuni tratti ci sprofondo dentro fino al ginocchio. Provo a correre, ma non è facile. In discesa vado forte solitamente ma qui è rischioso e la mia parola d’ordine è non farsi male. Ho altre priorità e altre persone a cui pensare prima della corsa.
Incrocio due dell’organizzazione con in mano la segnaletica della gara. La cosa non mi piace. Ci avevano avvisato, “chi prosegue dopo il tempo massimo lo fa a suo rischio e pericolo”. D’accordo, però ritardare di 20 minuti lo smontaggio del percorso avrebbe permesso a noi pochi trailer ad oltranza di correre più in sicurezza. Così sembra tanto un messaggio “di voi non ce ne importa niente, arrangiatevi”. Per come vedo io la corsa in montagna non è una bella cosa. È un campionato europeo, d’accordo, ma non siamo su una pista di atletica, siamo oltre i 3000 metri tra le Dolomiti, conterà pure qualcosa.
Pazienza, vorrà dire che oltre alla corsa mi divertirò con l’orienteering. Infatti all’arrivo perderò (io, come diversi altri) la strada, allungando il percorso di 1 km.
Correre sempre in mezzo alla neve. Quello davanti a me appoggia il piede su un’impronta che sembra segnare un percorso sicuro ed invece sprofonda nell’acqua fino al ginocchio. Mi spiace per lui, io però ci giro attorno e mantengo i piedi asciutti. Per compensare il regalo ricevuto mi giro e avviso quello che mi segue di fare attenzione. Non capisce e ci finisce dentro.
Continuo a correre, mi sento leggero e passo diversi ex concorrenti. Il sentiero diventa tecnico su pietra. Alcuni tratti sono un po’ esposti. Senza rendermene conto allungo il percorso evitando la scala a pioli –non so se è una fortuna o solo fatica aggiunta-.
Alberto è già arrivato al traguardo, lo saprò solo dopo. Ha passato il cancello in 1 ora e 35 minuti: un grande! Ne sono fiero, non perché debba a me qualcosa della sua prestazione, ma perché a correre in montagna l’ho portato io.
Corro, corro sempre. Passo dalla neve, alla pietra, al sentiero nel bosco. Ogni tanto mi consulto con qualche altro sfigato come me che cerca il percorso giusto. Inizio ad avere una fame nera. I muscoli sono un po’ affaticati ma stringo i denti. Voglio arrivare. Se tardo troppo Lara si preoccupa. Divido un po’ della gara (è ancora una gara!) con uno spagnolo. Lui mi parla nella sua lingua, io gli rispondo in italiano. Ci si capisce abbastanza bene. “Tengo le gambe a putane” mi dice. Qui lo capisco proprio bene. Mi lascia andare avanti.
Finisco gli ultimi chilometri completamente solo e, come capita in questi casi, penso a centomila cose e a nessuna, mi commuovo senza motivo e mi ripeto “ce l’ho fatta!”.
Arrivo in centro a Canazei che stanno smontando tutto. Mi guardano un po’ straniti: senza pettorina non mi riconoscono e non capiscono bene perché sono lì. Taglio il mio traguardo.
Niente medaglia, niente classifica, niente gloria. Per quanto mi riguarda ho vinto.
Domani si torna al lavoro. Che fatica.
I top runners sono allineati cinque metri più avanti. Provo a guardare tra le teste dei concorrenti se riesco ad individuare Kiliam, il più forte, solo per il gusto di vederlo dal vivo. Niente da fare. “Tre, due, uno…” partiti!
Alberto è un metro avanti a me -lo rivedrò solo molte ore dopo davanti ad un piatto di pasta- ma dopo i primi 50 inizia la salita e la distanza tra noi si allunga.
Corrono tutti come matti. Cerco di tenere il ritmo ma mi rendo conto da subito che è ben oltre quello che tengo di solito: tanti chilometri e piano, così sono abituato. Qui invece è pochi, intensi e veloci. Cinque minuti e capisco di aver sbagliato gara. Mi sorpassano tutti e bastano altri cinque minuti per essere già fuori giri. Nella corsa in montagna non puoi permetterti di sbagliare ritmo. Non hai margine per recuperare, non è come su strada. Così sono fuori soglia come se stessi correndo i 400 in pista. Inizio a camminare nonostante la salita sia ancora entro i margini di corsa dei mie (pochi) allenamenti. Cerco di avere comunque un passo sostenuto, anche se continuano a passarmi tutti.
La gara si misura tutta nel cancello orario di 1 ora e 50 minuti alla Forcella Pordoi. Chi non lo rispetta è fuori! “Tieni duro” penso, “ti riposi dopo”. Le retrovie si sono diradate e finalmente trovo un gruppo di umani con il mio stesso ritmo. Ne passo anche qualcuno ma non mi sembra un gran merito: una avrà vent’anni più di me, l’altro misura il doppio in circonferenza.
Resisto, ma il cuore continua a pompare esageratamente e il fiato è sempre cortissimo. Sono così ansimante che fatico a bere dal camelbak. Ho un sapore metallico in bocca e nella saliva vedo tracce di sangue. “Ecco cosa vuol dire sputar sangue”. Non importa, non mollo, penso che sarà solo una cosa in più da raccontare.
La pista da sci che risaliamo sembra non finire. Probabilmente percorrerla al contrario d’inverno è una discesa di quelle facili, ma così, “in direzione ostinata e contraria”, è sempre più duro.
Finisce la pista, guardo il tempo. Boh! Continuo. Finalmente arrivo al Passo Pordoi. L’anno scorso c’era un cancello orario anche qui: 1 ora e 5 minuti. Transito con 1 munito in meno. Troppo poco margine! Non ci penso e continuo. Vedo la forcella sopra di me e i primi che stanno passando. La salita diventa più dura. Marcio in fila con altri. Più passa il tempo e meno sono preoccupato di passare il cancello. “Chi se ne frega –mi dico- voglio arrivare su e finire il percorso, questa è la mia gara”. Sarà forse rassegnazione e consapevolezza, consapevolezza e rassegnazione, però mi sembra di camminare più leggero senza l’ansia agonistica. Un cartello segnaletico per turisti indica 50 minuti alla forcella. Guardo l’ora. Per essere in cima per tempo dovrei farcela in 16 minuti. Impossibile! Non importa. L’uomo da battere sono io e non mollo il ritmo. Cuore a mille e fiato corto come se avessi il primo posto da conservare.
Inizia la neve, ci siamo quasi. Transito sotto al tunnel che si affaccia sul rifugio 25 minuti dopo il cartello turistico. La metà del tempo di un escursionista, probabilmente più del doppio di quello di Kiliam. Ho sforato il cancello orario di 8 minuti. Mi fanno consegnare la pettorina e il cip. Un ragazzo dell’organizzazione mi consegna 20 Euro: “Grazie, ho vinto qualcosa?” No, è la cauzione per il cip. Che scemo!
Mi prendo il tempo per mangiare, bere, fare qualche foto e girare 30 secondi di video. Mi sento bene e questa è per me una grande cosa. Significa che posso proseguire senza problemi. La piccola gogna della squalifica mi lascia abbastanza indifferente. La gara per me continua.
Devo salire ancora 300 metri circa prima di arrivare ai 3152 del Piz Boè. Parto.
L’ultima salita è ingombra di escursionisti che scendono. Gli spettatori non hanno più niente da vedere, lo spettacolo è finito. Salire diventa così un po’ lento e complicato ma oramai non c’è fretta e quindi arrivo in cima senza affanno. Foto di rito e riparto per la discesa.
Il percorso è tutto in mezzo alla neve che più avanzo e più diventa pesante. In alcuni tratti ci sprofondo dentro fino al ginocchio. Provo a correre, ma non è facile. In discesa vado forte solitamente ma qui è rischioso e la mia parola d’ordine è non farsi male. Ho altre priorità e altre persone a cui pensare prima della corsa.
Incrocio due dell’organizzazione con in mano la segnaletica della gara. La cosa non mi piace. Ci avevano avvisato, “chi prosegue dopo il tempo massimo lo fa a suo rischio e pericolo”. D’accordo, però ritardare di 20 minuti lo smontaggio del percorso avrebbe permesso a noi pochi trailer ad oltranza di correre più in sicurezza. Così sembra tanto un messaggio “di voi non ce ne importa niente, arrangiatevi”. Per come vedo io la corsa in montagna non è una bella cosa. È un campionato europeo, d’accordo, ma non siamo su una pista di atletica, siamo oltre i 3000 metri tra le Dolomiti, conterà pure qualcosa.
Pazienza, vorrà dire che oltre alla corsa mi divertirò con l’orienteering. Infatti all’arrivo perderò (io, come diversi altri) la strada, allungando il percorso di 1 km.
Correre sempre in mezzo alla neve. Quello davanti a me appoggia il piede su un’impronta che sembra segnare un percorso sicuro ed invece sprofonda nell’acqua fino al ginocchio. Mi spiace per lui, io però ci giro attorno e mantengo i piedi asciutti. Per compensare il regalo ricevuto mi giro e avviso quello che mi segue di fare attenzione. Non capisce e ci finisce dentro.
Continuo a correre, mi sento leggero e passo diversi ex concorrenti. Il sentiero diventa tecnico su pietra. Alcuni tratti sono un po’ esposti. Senza rendermene conto allungo il percorso evitando la scala a pioli –non so se è una fortuna o solo fatica aggiunta-.
Alberto è già arrivato al traguardo, lo saprò solo dopo. Ha passato il cancello in 1 ora e 35 minuti: un grande! Ne sono fiero, non perché debba a me qualcosa della sua prestazione, ma perché a correre in montagna l’ho portato io.
Corro, corro sempre. Passo dalla neve, alla pietra, al sentiero nel bosco. Ogni tanto mi consulto con qualche altro sfigato come me che cerca il percorso giusto. Inizio ad avere una fame nera. I muscoli sono un po’ affaticati ma stringo i denti. Voglio arrivare. Se tardo troppo Lara si preoccupa. Divido un po’ della gara (è ancora una gara!) con uno spagnolo. Lui mi parla nella sua lingua, io gli rispondo in italiano. Ci si capisce abbastanza bene. “Tengo le gambe a putane” mi dice. Qui lo capisco proprio bene. Mi lascia andare avanti.
Finisco gli ultimi chilometri completamente solo e, come capita in questi casi, penso a centomila cose e a nessuna, mi commuovo senza motivo e mi ripeto “ce l’ho fatta!”.
Arrivo in centro a Canazei che stanno smontando tutto. Mi guardano un po’ straniti: senza pettorina non mi riconoscono e non capiscono bene perché sono lì. Taglio il mio traguardo.
Niente medaglia, niente classifica, niente gloria. Per quanto mi riguarda ho vinto.
Domani si torna al lavoro. Che fatica.