Ricordo molto nitidamente, la pelle d’oca, quando dal sentiero che porta al rifugio Bonatti guardai il bianco per la prima volta, ancora oggi, se ci ripenso , non so spiegarne il motivo. Mi era sempre piaciuto camminare sulle nostre montagne ma non credo di essermi mai potuto definire un vero appassionato fino a quel giorno. Quella volta invece era diverso…e tutto questo non ha niente a che fare con la corsa e con il trail…..correre sui sentieri non era nemmeno immaginabile e nemmeno mi interessava. Quel giro, in quella valle che non sapevo nemmeno collocare sulla cartina, era più che altro per accontentare mio papà, che quando me ne parlava ne era sempre entusiasta e mi diceva che era incredibile.
Da quella volta piano piano è maturato quello che, ripensandoci oggi, è sempre stato parte di me, cioè il bisogno fisico del movimento e del contatto con i grandi spazi, la corsa e il trail ne sono solo una conseguenza. Sono cosi arrivate le prime gare, i kilometri che man mano aumentano fino a dubitare di essere davvero io a fare tutta quella strada e quei dislivelli. Altrettanto naturale dopo qualche anno cercare di essere alla partenza della gara che per antonomasia e per fascino rappresenta questo sport. Essere a chamonix e correre su quei sentieri intorno a quella MONTAGNA era diventato l’obiettivo. Non tutto però possiamo deciderlo noi, e le mie paure di sempre si sono materializzate all’improvviso, ospedali, dottori, esami, chemio e mio papà che non era più lui. Sarà forse scontato dirlo, perché tutti hanno la convinzione di avere un rapporto speciale con le persone, ma si è davvero rotto qualcosa dentro che niente potrà aggiustare, ed è talmente grande il dolore che anche parlarne mi sembra di banalizzarlo. Nei lunghi mesi di malattia l’unica distrazione, l’unico momento di normalità era la corsa , il pretesto, per tenere la mente lucida. Dopo…. il vuoto, e il modo per riempirlo e non impazzire era aggrapparsi ancora a quella che era stata l’unica via di fuga per la testa, il monte bianco e i kilometri da fare.
A pochi giorni dalla partenza in una banale corsetta vicino casa un dolore secco e improvviso al polpaccio e io che non riesco nemmeno a camminare. Ecografia, medico e fisioterapista dicono di non pensare nemmeno alla gara e non mi danno nemmeno una speranza. Sono giorni difficili agitati, nervosi, sento la necessità di dover chiudere un cerchio, di finire quello che era cominciato in quel periodo doloroso. Ma ne sono fisicamente incapace. Passa qualche giorno e parto per Aosta, dove il giorno prima della partenza l’ultima ecografia da una piccola speranza per poterci almeno provare anche se con mille interrogativi. La decisione è scontata, e si parte con tanta paura. Il movimento della corsa è la cosa più naturale, ma quando c’è dolore e paura di farsi male le cose cambiano, e i movimenti diventano goffi, rigidi e a lungo andare dolorosi. Credo che siano state le ore più dolorose della mia vita, ogni passo costava sacrificio, senza pause e senza sconti.
La salita a Tete Aux Vents è interminabile, quando pensi di essere arrivato, ne hai ancora e ancora e ancora. Io sono arrivato verso le sei e mezza di mattina stremato ma ancora lucido per vedere la cima del bianco di una luce arancione irreale alle prime ore dell’alba e sotto un mare infinito di nuvole che nascondevano chamonix. Dico solo che è stato molto intenso.
In concreto purtroppo non è cambiato niente, il vuoto è sempre vuoto e la mancanza non è diminuita, ma o chiuso un cerchio e per me era importante.
Chiudere un cerchio
Moderatore: leosorry