We all walk the long road, cannot stay.
There’s no need to say good bye, say good bye.
And the wind keeps roaring, and the sky keeps turning grey.
And the sun is set, the sun will rise another day.
[Long road, Pearl Jam]
I cieli d’Olanda scorrono veloci, le nuvole mi volano sulla testa più rapide dei miei stessi pensieri. E’ una terra in cui ci si sente messi a nudo, questa. Gli orizzonti privi di montagne sono talmente ampi che ti mettono a disagio, i tramonti che non finiscono mai e le albe sui sentieri delle Isole Frisone non hanno pietà, ti accarezzano il viso con un vento dolce, che sa di oceano e in un attimo diventa tempesta, senza soluzioni di continuità. Cieli veloci, cieli da viaggiatori.
Torno nella terra più piatta d’Europa dopo esserci stato da ragazzo, stavolta il mio è un viaggio diverso, fatto di seggiolini per i miei bimbi da montare e smontare ogni giorno dalle nostre biciclette Atala, orgogliosamente italiane in terra straniera. Mentre attraverso questo paese stupendo, che in ogni suo angolo racconta una dimensione di vita in cui civiltà, onestà, cultura ed educazione sono onnipresenti e straordinariamente rassicuranti, penso che è proprio vero che ognuno viaggia a modo suo. C’è la coppia tedesca di mezza età, quadrata come i mattoncini del Duplo, che non si allontana mai dalla roulotte che sembra uscita dal concessionario un minuto prima e magari ha già percorso millemila chilometri. Ci sono i ragazzi, scapigliati e meravigliosamente disordinati, con le loro biciclette stracariche di valigie e sogni da realizzare. E poi ci siamo noi, di nuovo in viaggio dopo anni, con il nostro camper e i nostri bambini alla scoperta del mondo.

Siamo tutti viaggiatori, ognuno a modo suo. Tempi, modalità e aspettative differenti, così come sono diversi i modi in cui i nostri occhi guardano il mondo. Nel trail non è poi tanto diverso, no? C’è chi fa una gara l’anno e chi invece ne infila una a settimana, chi vuole solo correre sulle montagne di casa e chi invece ha bisogno di percorsi sempre nuovi. Ci sono i veterani brontoloni che “ai miei tempi il trail era meglio e qui era tutta campagna”, gli ultimi arrivati, i novellini con lo sguardo impaurito.
Ci sono loro, ci siamo noi.
Tutti quanti con il loro modo unico di sfiorare il terreno, un passo dopo l’altro, verso un luogo immaginario dell’essere che assume un senso solo in quanto meta del nostro vagabondare. Veloci , agili, impacciati, terribilmente lenti. Dopo un anno sabbatico in cui ho gareggiato poco, realizzo con ritrovata lucidità una grande verità della vita: non è poi così importante il modo in cui si viaggia, l’essenziale è partire: mettere due vestiti in valigia, infilare il cuore e una borraccia in uno zaino e imboccare la strada. Ognuno viaggia a modo suo, ma solo chi osa farlo scoprirà il mondo che ho di fronte agli occhi in questo momento. Un mondo sconfinato, meraviglioso, crudele, straordinariamente vero.
A.