Leggendo i vostri post mi vengono in mente diverse cose, che riporto in ordine sparso.
- Il turista sprovveduto: ne ho visti anche troppi in montagna, che vanno ad affrontare salite magari anche poco impegnative ma con attrezzatura e approccio del tutto inadeguati. L'ultimo l'ho beccato sullo Chaberton l'anno scorso: una gita semplicissima, ero di ritorno dalla cima con la mia compagna che aveva faticosamente conquistato la vetta nonostante l'allenamento nullo, era una giornata calda e noi eravamo rimasti a corto di acqua nonostante ne avessimo portata parecchia. Eravamo in giro da almeno 6 ore, ce l'eravamo presa proprio comoda per goderci la gita, quando praticamente alla base del sentiero incrociamo due giovanotti che potevano essere usciti da un apericena in Piazza Vittorio, con la polo (colletto rigorosamente all'insù), bermuda fashion, sneakers e una bottiglietta da mezzo litro d'acqua in due.
Ora, va bene tutto, ma tra il mio andar leggero e il loro io ci vedo delle gran belle differenze, no?
Lungo quella stessa salita ho incrociato i soliti trekker di giornata, con zaini da 50 litri per una gita di poche ore in pieno agosto su terreno mediamente facile, sfiancati dal peso degli zaini, che ogni tre per due si dovevano fermare a bere, a svestirsi, a rivestirsi, affrontando fatiche semplicemente inutili ed evitabili.
Ma tant'è, il vero spirito della montagna è il loro, non il mio.
Me ne farò una ragione
- Il giro che si son fatti Dakota e Kilian è una bella concatenazione alpina, nulla di delirante o di estremo, qualunque alpinista ve lo potrà confermare. L'elemento estremo è sicuramente la velocità e la sicurezza ridotta al minimo (non si legano praticamente mai), ma io mi sono preoccupato di più per Kilian a vedere da dove si cacciava giù l'inverno scorso con le sue imprese di sci ripido!
- Parliamo sempre di pericolo, ma va fatta una distinzione fondamentale: ci sono i pericoli oggettivi e quelli soggettivi. Mentre sui secondi qualcosa lo possiamo ancora controllare noi con la nostra bravura, la nostra esperienza e la nostra preparazione, sui primi non possiamo fare proprio una cippa di niente. Chiedetelo a Stephane Brosse, che dopo una vita intera a sfuggire a cadute di pietre e valanghe varie è stato ucciso da una cornice che ha ceduto (tra l'altro una cornice enorme e che sembra solidissima). Quando sei nel posto sbagliato al momento sbagliato, puoi avere tutto il materiale del mondo ma nessuna attrezzatura ti salverà la vita. E lo dico con cognizione di causa: anche sulle vie normali, poco pericolose e ancor meno considerate proprio perché troppo ordinarie, capitano incidenti del genere di continuo.
E' più imprudente Kilian che corre in cresta o l'alpinista amatoriale che passa sotto i seracchi del Tacul alle 13:00 in pieno agosto di ritorno dalla cima del Bianco? Secondo me, Kilian e quelli come lui vincono sempre la sfida perché, pareggiando sul fronte "pericoli oggettivi" (democraticamente identici per tutti), vince comunque sul fronte esperienza.
E' l'unico ma fondamentale motivo per cui accetto i rischi del trail e rinuncio al grande sogno dell'alpinismo e dello scialpinismo: scelgo un'attività più sbilanciata sui rischi soggettivi, tutto qui.
- Bello che citiate Manolo, Huber e Honnold: proprio a loro pensavo anche io quando ho scritto il mio primo post su questo thread, ma anche a tanti altri pionieri del rischio come Steve House e la sua salita in stile alpino del Nanga Parbat, o Simone Moro con i suoi soci Denis Urubko e Cory Richards. Quello sì che è giocare pesante sul fronte della velocità e del rischio!
Ciao a tutti e ... occhio a dove mettiamo i piedi!
A.